sabato 13 aprile 2013

Buoni&Cattivi

Buoni e cattivi


Una volta, ai tempi delle elementari, funzionava che la maestra ci mandava a turno alla lavagna per farci segnare con il gessetto i buoni e i cattivi. C’erano due colonne. E c’era quell’odioso stridere del gesso sullo stato allotropico del carbonio. Grafite.

Non ho mai capito lo scopo pedagogico di dover dividere gli alunni in due categorie così ben definite. Se dovessi pensarci ora, a bocce ferme, attribuirei il fatto ad un escamotage della maestra per tenerci calmi in una pausa caffè. O in una pausa sigaretta. In caso la maestra fosse una fumatrice.

La categorica divisione tra buoni e cattivi è tornata prepotentemente in auge recentemente, durante un viaggio on the road a bordo di una berlina. Succede che ci si trova a chiacchierare con un amico, sui sedili anteriori. Anzi, da sedile anteriore - lato guidatore -  a sedile posteriore. Attraverso lo specchietto retrovisore. Dato l’inquinamento acustico crescente e il rischio “ciocco” per l’impercettibile voltarsi del conducente in order to listen better, l’occupante del sedile anteriore mi ha chiesto un cambio volante. “Così vi parlate tranquillamente e io posso dormire”. Detto fatto.

Il conducente sta passando un periodo di merda. Si può dire? Merda intendo. Io ho appena superato un periodo di merda. Di quella bella densa. Ora ho la testa fuori. Navigo a vista ma almeno respiro. Si sviscerano temi. Gli racconto le mie teorie sull’umanità, gli parlo di macchie di vita, di gabbiani che volano a mezz’aria, di amicizia, di intelligenza globale, di profezie autoavverantesi. Mi ascolta. Poi irrompe nelle mie sproloquianti elucubrazioni con la storia dei buoni e dei cattivi. Fa breccia. Questa mi manca.

Mi dice di aver realizzato, in questo momento doloroso della sua vita, di aver sempre basato e impostato tutto sulla divisione netta tra buoni e cattivi. Senza vie di mezzo. Stiamo parlando a cuore aperto, ormai. Non so bene come ci si è scivolati dentro. Probabilmente è un’empatia da navigazione nella merda densa. Lui è più sensibile, ci sta nuotando. Io sono un po’ più lucida, me la sono appena spazzolata via dalle vie respiratorie.

Esistono i buoni. Che non sono propriamente quelli che non dicono mai nulla, a cui va sempre bene tutto, non litigano mai, non cercano lo scontro, rispondono sempre si. Quelli non sono buoni. Che già il concetto di altruismo è complesso e colmo di sfaccettature. In un gesto altruistico, credo, c’è sempre un fondo di radicato egoismo. L’altruista palesato non fa qualcosa per gli altri. Lo fa per se stesso. Per un riconoscimento sociale. Per colmare un vuoto esistenziale. Per un senso di colpa. Per un senso e basta. Però i buoni, quelli veramente buoni, esistono. Ho visto il loro cuore. E’ pulito, nonostante la sozzura della vita, del mondo. Sono gli altruisti silenziosi. Quelli che fanno qualcosa per qualcun altro senza che quel qualcun altro se ne accorga. Quelli che desiderano il bene degli altri a prescindere dal proprio. Quelli che non sono invidiosi. Quelli che vedono il bicchiere mezzo pieno e che gioiscono delle cose semplici. Quelli che patiscono la fame e gli stenti ma dividono comunque a metà il loro tozzo di pane. Quelli che ascoltano il tuo grido soffocato. Quelli che, a loro volta, leggono il tuo cuore. In braille.

E poi, esistono i cattivi. Che non sono necessariamente gli stronzi, quelli che rispondono sgarbatamente, mettono il muso, ti rimproverano, cercano lo scontro a tutti i costi, rispondono sempre no. Quelli non sono cattivi. Che già il concetto di cattiveria è complesso e colmo di sfaccettature. Ah. I cattivi palesati indossano l’armatura medievale. C’è proprio tutto, elmo, gorgiera, corazza, spallaccio, rotella, manopola, fiancale, cosciale.  Si difendono dalla sozzura. Sono belligeranti per natura, non cattivi. Parano i colpi a suon di scudi. Però i cattivi, quelli veramente cattivi, esistono. E non sono neppure i Bassotti o Gambadilegno. E nemmeno Gargamella, Joker, Jack Torrance di Shining o Hannibal Lecter. Ecco sì, Hitler e Stalin si. Per esempio. Ma quelli più che cattivi erano completamente folli.
I cattivi veri sono i subdoli. I meschini. I malvagi. Gli invidiosi. Gli avidi. Gli oppositori degli eroi. La stessa derivazione etimologica definisce il cattivo.  Captivus diaboli. Prigioniero del diavolo. I cattivi sono quelli che vogliono il tuo male a prescindere dal proprio. Così, gratuitamente. Sono quelli che fanno leva sui tuoi nervi scoperti per annientarti. Quelli che usano le tue debolezze per deriderti. Quelli che approfittano del tuo cuore pulito. Quelli che si servono di te per il proprio interesse. Quelli che ti espongono a pubblico ludibrio per far ridere gli altri. Quelli che ti fanno sentire piccolo per non sentirsi piccoli. Quelli che tradiscono la tua fiducia. E sono puniti nel Cocito dantesco.

« Per ch'io mi volsi, e vidimi davante
e sotto i piedi un lago che per gelo
avea di vetro e non d'acqua sembiante »

Lo rassicuro. Lui per me è tra i buoni. E lo ringrazio. Per avermi permesso di leggere il suo cuore. In braille. Ma con un tum tum così potente da svegliare l’occupante del sedile posteriore.

venerdì 5 aprile 2013

Nostra “Signora” delle scoppole



Avere un marito gobbo bianconero, sei tu sei da sempre milanista rossonera da curva, non è proprio un bell’affare. Lo sfottò rubentino è fastidioso allo stato puro. L’interista è più tollerabile, dopo anni di frustrazione è arrivato il triplete di impronta mourinhana che ha salvato l’altra parte di San Siro dal giorno del giudizio. L’interista merita il purgatorio. Il gobbo rubentino la serie B.

Detto questo, il limite di tollerabilità è stato raggiunto dopo che un signorino che di nome fa Lionel Messi, ha dato il via alla remuntada nello stadio del Camp Nou. Quattro pappine e la Champions vola via. Adios. Con buona pace dei dietrologi che volevano il 2-0 di San Siro come una trovata Berlusconiana pre-elettorale ma che hanno visto le loro teorie infrangersi sul palo di Niang. Che dolore. Il fenomeno Barça passa il turno. Il Milan torna a casa. E i rubentini fanno partire i caroselli che neanche dopo il gol di Fabio Grosso ai mondiali del 2006. Disgusto vero.

Senza stare a disquisire di calcio non avendo una competenza più che appropriata, anche se, per essere una femmina, ne capisco alla grande, avere un marito gobbo bianconero ha anche dei vantaggi. Ti permette di girare il mondo e di gufare da vicino.

La Juve finisce al sorteggio con il Bayern. Si parte per Monaco. Di Baviera. Ollallà. Il giorno dopo Pasquetta con zero gradi e un consistente numero di gufi nel bagagliaio. Evviva. La città bavarese pare essere bellissima. Una piccola Berlino ma meno bombardata e senza muri. Ho già l’acquolina. Scelgo un bell’albergo in centro, bello davvero. Dopo l’esperienza turca non voglio dentiere attaccate all’orecchio e pentole di fagioli sul fornello. Il gruppo vacanze si avvia, siamo in 5, tre gobbi, una milanista e una tiepida interista.

I ragazzi sono tesi. Ci si affoga nella birra e ci si strafoga con il crauto bello aggressivo il wurstel ammiccante e lo stinco di maiale geneticamente modificato. Siamo finiti nel covo. E’ una sinfonia di cori, una lotta impari tra la moltitudine rubentina e i pochi crucchi pro Bayern. Per sedare gli animi arriva la cameriera, una cinquantenne magra e sciupata tutta grintosetta che nel suo abito tipico picchia il pugno su una tavolata urlando con voce gutturale e inquietante: “Bunga Bunga”! Scompaio sotto il tavolo.

La “Vecchia Signora” sta per scendere in campo. Ci siamo. Il trio rubentino parte alla volta dello stadio con tanto di pashmina bianconera – la sciarpa è troppo cheap – e cappellino. Hanno trovato i biglietti in piccionaia ma l’importante è esserci. La tiepida interista e io facciamo le turiste per la città. Zero gradi. Ma Marienplatz è bellissima. Vuoi mettere?

I gufi intorpiditi nel bagagliaio iniziano ad agitarsi. E’ ora di liberarli. Dopo neppure trenta secondi la “Signora” è sotto. Oh cacchio. Inizio a preoccuparmi per le conseguenze. Porco cane. Ma in fondo è giusto. Hanno sfottuto allo sfinimento quando Messi ha segnato il primo gol. E’ giusto. Il Bayern segna ancora. Oh Oh. Due a zero e triplo fischio. Si va a cena.

E’ proprio la cena il pezzo forte della trasferta. Scelgo con cura il ristorante, una taverna bavarese tipica con cucina locale. Le reviews di Trip Advisor sono ottime. Perfetto. Il menù è in inglese, no problem, it’s ok. Ci arrivano i piatti tipici, mappazzoni veri, come direbbe il buon Bruno Barbieri. Chef stellato, mica pizza e fichi. La zuppa di cipolle bavarese contiene un disgustoso canederlo di liver, fegato. La crema di patate è un miscuglio terrificante di wurstel rinsecchiti. Il bollito è uno stracotto freddo con un’improbabile vinaigrette al prezzemolo. Ma il piatto campione è quello che ordina la tiepida interista su suggerimento di noialtri commensali. “Home made pork with potatoes”. “Che vuoi che sia? Stinco, vai tranquilla.” Le arriva un aspic di maiale gelato. Lo guarda disperata. Rimane intatto. Si va a Bretzel e Kartoffeln. Danke. E’ la punizione per il triplete. E’ la punizione per essere rubentini. E’ la punizione per quel palo di Niang. Ma la “Signora” può ancora farcela. I gufi sono carichi.


mercoledì 13 marzo 2013

Dignitosamente terribile



Di solito sono la regina dell’organizzazione dei week-end nelle città europee. Sono impeccabile: guida, scelta dell’albergo perfetto dopo uno studio incrociato di recensioni, cernita dei ristoranti tipici dove cenare la sera, preparazione accurata sulla storia dei monumenti principali, stampa preliminare della mappa della città e mezzo di trasporto ottimale sia per andare dall’aeroporto all’albergo che per muoversi tra le varie attrazioni. Tutto il viaggio è curato nei minimi dettagli e ben poco è lasciato al caso. E’ quasi palloso andare in giro con me, mi manca solamente una pettorina fosforescente per farmi identificare come guida turistica.

Tutta questa promettente e ridondante autocelebrazione solo per tirarmi su il morale dopo aver toppato clamorosamente la scelta dell’albergo per il viaggio regalo del mio compleanno, destinazione Istanbul. A mia parziale discolpa sta il fatto di aver deciso solo 48 ore prima e di aver avuto veramente una manciata di ore per i preparativi. Ma l’esito non cambia e l’auto flagellazione da Opus Dei è ancora in corso.

Per la location scelgo, scientemente e certosinamente, la zona del Sultanahmet dove ci sono Moschea Blu, Hagia Sofia, Topkapi e il Suk. Così possiamo girare a piedi senza sbatterci con i mezzi. Inizio a valutare gli alberghi. In genere opto per un 4 stelle che non costi un botto, che sia costruito nello stile architettonico della città che voglio visitare, che sia strategico per la posizione e che abbia i principali servizi. Quando viaggio con le mie amiche non ci sono problemi. Ma quando viaggio con mio marito devo stare attenta per non rischiare di averlo sul gobbone per l’intero week-end. E’ uno esigente.

Non ho mai toppato, fino ad ora. Trip Advisor è un amico prezioso e le reviews sono sempre  aderenti al vero. Inizio a guardare i 4 stelle e uno attira la mia attenzione. Lo sottopongo al vaglio dell’uomo del monte che, storcendo un po’ il naso, dice si. Ho come al solito carta bianca. Procedo. Ma al momento del click finale cambio idea e opto per un tre stelle e mezzo, è recensito meglio e le camere sono più grandi. Non posso sbagliare. Fatto.

La sera, a cena, tra i denti confesso biascicando: “ho preso un tre stelle e mezzo”. Mi guarda malissimo e inizia a brontolare. Mi faccio vedere sicura della mia scelta giurandogli che non si pentirà e mi pregusto la scena in cui sarò io a guardarlo con espressione soddisfatta per essere riuscita a spendere poco in una location fantastica.

Arriviamo a Istanbul. Piove e c’è traffico e io mi incaponisco a voler prendere uno shuttle comune invece che un taxi. Vengo accusata di essere una studentessa universitaria in vacanza. Che è un modo carino per darmi della pezzente. Cede, aspettiamo tre quarti d’ora e partiamo alla volta del tre stelle e mezzo con lui che è tranquillo ma ha già messo a bollire la pentola di fagioli.

La reception dell’Hotel è già lo specchio di quello che sarà la stanza. Oh Oh. Inizio a sudare e a spegnere quel pregustato sorriso di soddisfazione che stavo preparando. Cacchio. Ma ho fatto l’upgrading con la superior room vista Bosforo. Non potrà essere proprio un disastro. Varchiamo la soglia. La stanza è piccolina ma ha una bella vista ed è super pulita. Fiuuuuu. Lui non dice nulla. Il letto è un po’ corto, è vero, però sembra comodo. Non c’è l’armadio, merda. Non c’è neanche il bidet e la luce in bagno va a intermittenza. Porco cane.

Invece che essere aggressiva e difendere la mia scelta abbasso gli occhi e inizio ad ammettere di aver sbagliato. E’ la mia fine. La pentola di fagioli ora bolle che è un piacere e ho costantemente la dentiera di mio marito attaccata all’orecchio. Iniziamo a valutare l’opportunità di cambiare albergo. Ma non mi dò per vinta. C’è ancora la notte. E la colazione. Se il succo d’arancia è una spremuta vera sono salva. Per lui è il segno di qualità più importante.

A darmi il colpo di grazia è il Muezzin alle 5 del mattino. E’ vero che ho scelto un Hotel proprio dietro la Moschea Blu ma speravo ci fossero le camere insonorizzate. E’ vero anche che il Muezzin è affascinante e che è un pezzo fondamentale di questo viaggio. Ma è davvero troppo. E poi il succo d’arancia. Altro che spremuta vera. L’uomo del monte appone il sigillo decretando: “Dignitosamente terribile”. Valigie nella hall, si cambia albergo e tutto va bene.

Stamattina mi arriva una mail. Non sono auguri di compleanno. E’ una captatio benevolentiae dell’albergo per farmi mettere 5 stelle e una recensione positiva su Trip Advisor. Ecco perché!!!

mercoledì 6 marzo 2013

La giovane gnocca



Oggi qualcuno, anonimamente, ha commentato il mio ultimo post sull’intelligenza globale con un link che rimanda al sito di Piero Scaruffi, uno scrittore/giornalista/matematico/informatico/critico musicale che ha scritto anche saggi divulgativi sulle scienze cognitive. Che poi magari ha beccato il mio blog mettendo qualche key words in Google ed è stato proprio lui l’anonimo che mi ha lasciato il messaggio. Crediamoci.

Anyway, in buona sostanza, il pezzo cui il link rimanda direttamente è in inglese e recita: “The Cognitive Development of Pretty Girls”. Potendo vantare una conoscenza dell’inglese da Trinity 8 - anche se quest’anno al corso del comune cazzeggio alla grande e faccio i compiti il mercoledì sera, qualche ora prima della lezione, scopiazzando le soluzioni – sono riuscita a capire il senso dell’ articolo che contiene una sorta di vademecum esplicativo di quanto lo sviluppo cognitivo di una giovane gnocca sia totalmente influenzato proprio dal fatto che sia gnocca.

L’autore esordisce sottolineando il fatto che la giovane gnocca, in età adolescenziale, ha più amici maschi che femmine per una ragione principale: entrambi trovano la gnocca poco interessante ma i maschi, rispetto alle femmine, sperano di trombarla.  Quest’attenzione fittizia provoca nella giovane gnocca una distorsione della percezione di sé. Crede di essere fica. E il credere di essere fica quando hai quindici anni e i maschi ti cacano solo perché vogliono trombarti ha un impatto devastante sullo sviluppo cognitivo della giovane gnocca in questione.

Il tutto non c’entra con il QI individuale che può anche essere altissimo e indipendente dal grado di gnocchitudine. Scaruffi spiega che una giovane gnocca viene giudicata dagli altri più per la sua avvenenza che per il suo QI e ciò crea effetti devastanti per il suo sviluppo cognitivo. Questo avviene perché la giovane gnocca non ha bisogno di sbattersi per ottenere qualcosa. Non deve leggere/andare a conferenze/vedere film intellettuali/fare la femminista impegnata/trovare argomenti di conversazione interessanti. L’essere gnocca è il suo biglietto da visita e non deve fare nulla per migliorare sé stessa. Perché per lei è tutto semplice.

In definitiva, la giovane gnocca cresce con un’illusoria e ingiustificata autostima e una fasulla sicurezza di sè che le deriva dalla considerazione che gli uomini hanno sempre avuto di lei. E magari tra i 30 e i 40 anni, quando una mandria di giovani gnocche l’hanno ormai oscurata, inizia a leggere/ andare a conferenze/vedere film intellettuali/fare la femminista impegnata/trovare argomenti di conversazione interessanti per poter dimostrare di essere intelligente.

Geniale. Molte signore gnocche però potrebbero ritenersi offese. Soprattutto quando viene affermato con certezza che lo sviluppo cognitivo di una giovane gnocca potrebbe essere fermo ai 16 anni.

Dopo aver  trovato divertente il tutto e dopo aver risposto al mio anonimo commentatore il sorriso mi si è per un attimo mozzato. Proprio ieri ho postato su Facebook alcune foto di quando avevo 19 anni in pose da super gnocca, con i capelli lunghi, le labbra tumide e anche un po’ di tette. Sono iscritta al social dal 2008 e non lo avevo mai fatto. Di solito posto foto con boccacce e pernacchie. Settimana prossima compio 38 anni. E l’altra sera sono andata a vedere Les Miserables invece che qualche cagata americana. E sul mio comodino c’è Anna Karenina invece che l’ultimo best seller di Sophie Kinsella.  Ommioddio. Oh. Mio. Dio. Che il mio sviluppo cognitivo si sia fermato ai 16 anni e che ora, tra i trenta e i quaranta ma più verso i quaranta io abbia bisogno di sentirmi intelligente?

Rido. Di gusto. Quel genio di Piero Scaruffi mi ha proprio sgamata. Anche se Anna Karenina in realtà l’ho già letto al liceo. Anche se non sono mai stata una giovane gnocca e quelle foto un po’ da vamp sono state fatte da un bravo fotografo. Anche se, per tutti, rimango e rimarrò sempre la Brooke Logan del rhodense

lunedì 4 marzo 2013

Intelligenza globale



Mi sono sempre interrogata - forse perché volevo allenarmi a essere intelligente - sul concetto di intelligenza globale. E’ vero è vero, esistono dei test specifici per misurare il quoziente intellettivo. Quelle robe lì di logica, i disegnini, i conticini, le parole mancanti eccetera eccetera che dimostrano quanto il sillogismo aristoteliano sia stato applicato. Però con intelligenza globale, nella mia personale concezione, non c’è alcun riferimento alla misurazione del Q.I. I miei studi sul tema, negli anni, mi hanno fatta arrivare a una conclusione ben diversa.

Che esistano diversi tipi di intelligenza è risaputo. Qualcuno, credo, ha addirittura catalogato le “intelligenze” numerandole fino a 7. La più nobile è proprio quella che si misura con i disegnini e i conticini, quella che delinea il pensiero deduttivo e la capacità di arrivare senza intoppi alla soluzione. Il problem solving. Ma a me questa spiegazione dei cognitivisti non basta affatto. Nelle mie continue osservazioni sulle persone e sulla natura umana ho capito cose ben diverse.

Si si, faccio outing una volta per tutte. Ogni volta che esco con qualcuno per un aperitivo, una pizza, una serata o un the pomeridiano, osservo, studio e prendo appunti. Da quando lavoro da freelance poi è ancora peggio. Poter gestire il mio tempo mi ha regalato l’opportunità non solo di dedicarmi a tutto ciò che, lavorando dieci ore in ufficio, non si può fare, ma, soprattutto, di poter mettere in pratica la mia mission di studio – freelance -  del genere umano.

Non stupitevi quindi se, dopo questo outing pubblico, vi sarete resi conto che nel corso di quelle ore d’aria parlo pochissimo, non parlo per nulla di me stessa, ascolto, e faccio mille domandine mirate, qua e là. Non c’è malafede, non c’è un vero e proprio disegno preordinato. La ricchezza dello scambio e dello stare insieme è la cosa più importante ed è la molla. E’ che non posso proprio farne a meno, sono nata così, devo, necessariamente, approfondire. E approfondire per me significa parlare poco e ascoltare con attenzione ciò che il mio interlocutore mi sta dicendo. Poi, di default, ho il mio identikit.

Le mie amiche, quelle che mi conoscono bene perché mi sono lasciata conoscere, dicono con sicurezza che ho una capacità innata di capire le persone. Di intuire al volo la personalità di ognuno e di essere in grado di dispormi nella giusta maniera a seconda della persona che ho davanti. Ettecredo. Anni e anni di esercizio. In realtà non è così. Non ho né la presunzione né l’intelligenza né gli strumenti necessari per poter psicanalizzare chi ho di fronte. Ho solamente una gran voglia di capire. Una gran voglia di finire il mio puzzle complicatissimo inserendo il tassello mancante per avere – finalmente - la mia idea di intelligenza globale.

Le conclusioni a cui sono arrivata - seppur modestissime se commisurate al mio modestissimo QI – sono realmente sconvolgenti. C’è sempre qualcosa che distrugge le mie farneticanti idealizzazioni. Qualcosa che smentisce un identikit che credevo archiviato. Qualcosa che smonta il mio percorso di certezze. Ho capito chiaramente che tutte le intelligenze, anche le più brillanti e le più ostentate, hanno un difetto. C’è chi ha una capacità di ragionamento deduttivo che neanche Einstein ma che poi cade nell’arrovellarsi in discorsi totalmente ottusi solo per presa di posizione. C’è chi dimostra di capire al volo i concetti ma subito dopo scivola su un’ istintività indomabile e altre pecche caratteriali che portano a guastare lo splendido risultato cui era giunto. C’è chi ha brillanti intuizioni ma non riesce a comunicarle per un difetto congenito di intelligenza interpersonale. E c’è chi sceglie il low profile celando la vera intelligenza per potersi mettere alla pari di chiunque senza trasudare superiorità ma che poi si smaschera banalmente e nel modo peggiore trattando  quel chiunque come fosse inferiore.

Difficilissimo trovare l’intelligenza globale perfetta. C’è sempre qualcosa che ne limita la portata. Ogni volta però rimango fortemente disillusa. Quando credo di aver finalmente trovato il mio prototipo ideale di intelligenza globale, un attimo dopo vengo smentita. E devo ricominciare la mia ricerca da capo. C’è qualcuno che si avvicina alla definizione del mio personale concetto. Ma sono solo sulle dita di una sola mano. E tutti, più o meno, imperfetti. 

martedì 19 febbraio 2013

L’età delle illusioni


La mia terza notte maldiviana è stata stomachevole. Ho vomitato 14 volte, le ho contate. Dopo due giorni di assestamento sull’isola da cartolina, il corpo unto dalla crema solare protezione 50, i banchetti dietetici conditi da pesce appena pescato e verdura, mi sono concessa una serata di eccessi. L’ultima volta che ho vomitato così a causa dell’alcol, e non del virus intestinale, avrò avuto si e no 15 anni. Un’indianata in spiaggia a Celle Ligure. Mi hanno dovuto portare a casa di peso, all’epoca ero un fuscellino, e la mattina dopo non ricordavo neppure il mio nome.

La mia terza notte maldiviana sull’isola di Maayafushi mi ha fatto dimenticare non solo il mio nome. Mi ha fatto capire quanto mi manchi la felice età delle illusioni. Si si, proprio quella leopardiana. Non l’ho fatto apposta a bere così tanto. Non me ne sono accorta. Quel giorno sono arrivati in nostri amici David e Angela e dopo cena e tre bicchieri di vino locale, o forse quattro o cinque, mi sono stampata con un cocktail di quelli che chissà che diavolo ci avevano messo dentro.

Da quando ho perso il controllo a quando ho avuto il primo appuntamento con la tazza del cesso credo di avere, in ordine sparso:

·         Vaneggiato alla grande
·         Barcollato
·         Ammiccato anche a donne, anziani e bambini
·         Fatto un inaspettato bagno serale
·         Fatto la pipì almeno 15 volte
·         Fatto un cambio d’abito e di mutande
·         Essermi passata il dito insalivato sugli occhi per rimediare al mascara colato
·         Essermi fatta compatire da mio marito e dai miei amici David e Angela
·         Aver bevuto ancora, non paga, una roba dolciastra tipo batida di cocco
·         Essermi fatta trascinare al bungalow da mio marito, sfinito dai miei vaneggiamenti e vagheggiamenti

La mattina dopo ero una larva. Mio marito è uscito a vedere l’alba, spossato per avermi tenuto  per tutta la notte la testa mentre il mio stomaco si ribellava. Poi, premuroso, è andato a prendermi del pane, mi ha imboccato, mi ha preparato un moment e un plasil. Un angelo.

Non è che io, 38 anni il 13 marzo, non sia felice. O meglio, dando per scontato che la felicità non esista, se non a picchi che durano poco più di un attimo, sto sommariamente bene. C’è solo una cosa che stona e che combatte con quello stato di serena inerzia, la presa di coscienza. La responsabilità. La maturità anagrafica. Il brusco dissiparsi dell’età dell’illusione.

Età dell’illusione. Quando fai le cose senza pensare ma va bene così. Quando tutto scorre senza scossoni. Quando l’unica preoccupazione è tornare a casa in tempo per il coprifuoco se no ti becchi un cazziatone. Quando sembra non esista la forza di gravità e il tuo corpo è leggero. Quando anche la testa è leggera. Quando non hai il senso della paura e affronti la vita impavida. Quando tutto va bene anche se non va bene. Quando sei la reginetta della scuola anche con le ballerine, il maglione sformato e i capelli sciolti al vento. Quando sotto l’anestesia del delirio di onnipotenza credi che il mondo giri intorno a te.

Ecco. A volte vorrei proprio quell’anestesia. Vorrei vivere anestetizzata per non pensare. Per rifugiarmi in un mondo parallelo e alterato dove la tua testa è ancora così leggera. Dove ogni scelta sembra semplice e non esiste il dolore. Non esiste il dolore. Si, se potessi chiedere un desiderio al mago della lampada gli chiederei quella sana anestesia. Una breve letargia per poter spegnere la coscienza per qualche attimo. Così poi sarei rifocillata e di nuovo pronta per gli scossoni. Ma Aladino non esiste. Così come non esiste la felicità.

L’effetto dell’anestetico è finito nelle fognature maldiviane. Ma io, in fondo, sono felice.

martedì 15 gennaio 2013

Oh, domani balzo ginna!



Mi rendo perfettamente conto di non essere la persona più adatta per commentare un tipo di linguaggio, visto che un linguaggio l’ho inventato, il maggionese. Mi rendo anche conto che, oltre a parlare correntemente il maggionese e aver cercato proselitismo nella sua diffusione, parlo anche, o meglio, capisco perfettamente, il linguaggio giovanile, non riuscendo proprio a staccarmi da quella fase adolescenziale che mi è tanto cara. Sono leopardianamente ancorata all’età dell' illusione. Non posso farne a meno.

Premesso ciò, in un piovoso pomeriggio milanese, dopo aver sfidato temerariamente le lacrime del cielo cavalcando la mia bici targata BikeMI - un genialissimo lascito dell’ormai sindaco uscito Letizia Moratti - mi sono dedicata, manco a dirlo, alla terapia dello shopping. Saldi. Dappertutto. Entro da Zara e agguanto, chissà come mai, un paio di ballerine rosse borchiate. Scarpa più borchia. Un matrimonio pericolosissimo per il mio stipendio da freelance. Prendo l’ascensore per recarmi al piano inferiore dove ci sono le casse, insieme a due ragazzine, liceali o giù di lì. Si guardano nello specchio e poi una dice all’altra: “oh zia, domani balzo ginna”! Il mio cervello, abituato al linguaggio “strano”, traduce simultaneamente: “amica mia, domani mi giustifico nell’ora di educazione fisica”. Esco dall’ascensore arricchita nell’anima, appena prima di essere meno ricca di 30 euro anzi, 29,90, per le ballerine rosse borchiate. Meraviglioso.

Ohdomanibalzoginna non l’avevo proprio mai sentita. Mi piace. Devo riuscire a traslarla nella mia realtà visto che non vado più a scuola, purtroppo. E devo aggiungerla al dizionario dello slang giovanile milanese, da mixare, all’occorrenza, al maggionese:

-          Bella raga devo andare a fare benza
-          Minchia me ne sto andando a male
-          Quella tipa mi ha asciugato per tutto il pome
-          Oh colliamo per fare il regalo al tipo?
-          Zero, stasera non ci sto dentro a uscire
-          Minchia se fai brutto
-          Oh zì, ci sei rimasta sotto
-          Mi presti un fazzollo?
-          Mi hanno fatto una perquisa paura!
-          Mi rimbalza quel robboso!
-          Che sbatta!
-          Ho scavallato un ombrello a un tipello
-          Che sclero, mi ha preso la scimmia!
-          Ti ho troppo sgamato
-          Mi sto sbafando noccioline a tuono!
-          Mi piace un botto, è strabello!
-          Vai tranzollo

      Uno spunto antropologico necessario e fondamentale per i miei studi sul genere umano. Assolutamente meraviglioso.