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mercoledì 3 ottobre 2018

Cuori puliti




Madrid, 2018. Vent’anni dopo.

Ci eravamo lasciate alla soglia del quarto di secolo. Senza mai lasciarci, in verità. Ognuna ha sempre tenuto d’occhio le vicende di vita delle altre. Ci sono i social. Ci sono i compleanni. Gli amici comuni che ogni tanto si incontrano.

Ci eravamo lasciate alla soglia dell’inizio delle nostre vite da adulte. Senza mai lasciarci, in verità. Ognuna ha preso la sua direzione raggiungendo quegli obiettivi, figli di vecchi retaggi. O di ambizioni. O di cammini già tracciati e inevitabili.

Eravamo donne, in fase embrionale. E in quell’embrione c‘era già tutto il patrimonio di quello che saremmo diventate. Vent’anni dopo.

Laura era la mia migliore amica del liceo. La compagna di banco e di mille avventure. La compagna dell’adolescenza. Laura era l’amica ideale, per una come me. Messa su un piedistallo senza averlo chiesto. Tenere alto il prezzo della “fama”. Alzare l’asticella fino al record del mondo. Laura era la parte sana di me. Credo di avere ancora, da qualche parte, conservato come fosse una santa reliquia, un bigliettino che mi aveva scritto. Mi comunicava - scrivendomelo perché era più facile che dirmelo - che grazie a me era riuscita a uscire dal suo guscio. E io mi rifugiavo in questo cuore pulito, completamente privo di quella tonalità di verde invidia che in quel momento sembrava essere un male pandemico.

Elena era la mia migliore amica della squadra di pallavolo. Bella e selvatica. Un diamante grezzo. Elena si portava dentro un tormento irrisolto, un cuore sanguinante. Aveva solo 15 anni ma in fondo ai quei suoi occhi scuri si leggeva malinconia. Ma lei, splendida e forte, cercava di esorcizzare vivendo con leggerezza. Urlando al mondo la sua libertà. Ci leghiamo empaticamente. Ci conosciamo da sempre senza conoscerci. Veleggiamo insieme, mano nella mano, verso l’indipendenza. Verso l’affrancarsi da qualcosa che neppure noi riusciamo a determinare con certezza assoluta. Viviamo la nostra adolescenza come due quindicenni in cerca di vita. Abbiamo bisogno di abbeverarci di quella vita.

Silvia non era la mia migliore amica. Una ragazza carina con lo sguardo vivace e un sorriso bellissimo. Era al liceo, in classe con una delle mie storiche amiche, la Francesca Cicardi. Abbiamo avuto un fidanzatino in comune. E qualche anno dopo abbiamo avuto un altro fidanzato in comune che ha generato, pur arbitrariamente, un problema di rivalità. Neppure troppo velata. Silvia era la migliore amica di Elena e tutte e due – dopo che Elena ha fatto ritorno nella squadra d’origine -  giocavano a pallavolo con Laura. Il cerchio si chiude.

Pur non perdendoci mai ci si è perse. Poi Laura si sposa. A 43 anni e dopo un figlio, Riccardo, la decisione di celebrare, secondo tutte le regole della tradizione, il matrimonio.

E in una sonnecchiosa giornata di fine maggio, quando le fatiche dell’anno scolastico dei figli, le tossi, il mocciolo al naso e le mamme moleste, volgono al termine, Elena crea un gruppo su whattsapp, il male pandemico del nuovo secolo. “Addio al nubilato Lalla”. Ci propone un week-end insieme, butta lì una data, qualche meta papabile. E’ la metà di agosto quando il piano prende forma. Si prendono i biglietti aerei, si prenota l’albergo. Primo fine settimana di settembre. Madrid.

Ed è quando ci ritroviamo, pronte per partire, che scatta la magia. Il tempo non è passato. Siamo di nuovo noi quattro, poco più che ventenni, con gli stessi occhi, con lo stesso sorriso spensierato. Laura è più consapevole di sé stessa ma il suo cuore è sempre pulito. Si è appena macchiato di vita. Elena porta dentro di sé un dolore ancora più grande. Il suo cuore ha smesso di sanguinare ma la cicatrice fa male. Eppure la sua gioia di vivere vince su tutto. La vera sorpresa è Silvia. Il suo essere donna ha cementato la sua personalità e ha capito che non siamo mai state rivali. Siamo molto simili. E abbiamo, indubbiamente, gli stessi gusti, cinquecentocabriocompresa.

Nello scorrere naturale delle ore tutto è spontaneo e familiare. Si dorme tutte in camera insieme, si chiacchiera fino a notte fonda, si ride. Si ride. Si ride. Tutto torna leggero, all’attimo prima che la consapevolezza ci investisse. Ma la diga crolla durante lo spettacolo di flamenco. Il pathos è straordinario e i tacchi dei ballerini rimbombano in gola. E io sono lì, nella penombra del locale, dove si stanno gridando sentimenti in spagnolo cantato. E’ il mio cuore a gridare. Quel mio cuore sporco di vita, di esperienza, di compromesso. Inizio a piangere e non smetto fino alla fine. Come se quelle lacrime avessero ripulito la mia anima riportandola alla purezza dei vent’anni.

Poi il sabato del villaggio volge al termine e la donzelletta se ne torna in campagna, anzi, in città. Un sapore dolceamaro accompagna il mio ingresso in questo nuovo autunno. Ma c’è una promessa che mi tiene ancorata a quel passato da cui proprio non voglio staccarmi ma che mi proietta anche in quel futuro che proprio non voglio vedere. Ritrovarsi ancora. Almeno una volta al mese.




martedì 15 novembre 2016

Rucoline da russa



Succede che tra simili ci si aggreghi. Che poi forse neanche tanto simili. Se si parlasse di maschi direi feromone. Ma si parla di femmine, anzi, di mamme, quindi direi empatia. O alchimia. Si, insomma, quella cosa lì. Costanza Alma Teresa Toniatti, detta Connie, ha fatto il suo debutto in società, va all’asilo. Ci va insieme ai suoi amichetti del corso preparto, Ludovico e Matteo. Poi ci sono Eugenio ed Enrico, compagni del nido. E pure l’Aurora Zanotti, la sua gemellina, nata qualche minuto dopo di lei. Tra gli altri, la vera new entry è Giacomo di cui Costanza Alma Teresa Toniatti detta Connie è pure un po’ innamorata. Anche se in realtà, proprio oggi, continua con il tormentone Ludovicoseiilmioprincipemiportialballo? Colpa di Cenerentola.

Qualche anno fa, quando mi capitava di vedere fuori da qualche asilo quattro mamme che chiacchieravano allegramente di lavoretti e di attività pomeridiane mi venivano i brividi. I brividi si sono poi trasformati in conati di vomito quando per caso andavo a prendere mia nipote Carolina all’asilo. Conati talmente forti da provocare una fortissima idiosincrasia verso i marmocchi. Quel tipo di idiosincrasia che credo abbiano le mie sorelle minori Sara e Paola dopo aver passato qualche mezz’ora con le tre nipoti. Poi è arrivata la gravidanza e i conati di vomito sono diventati effettivi. Cosi come effettivi sono diventati anche i punti dell’episiotomia, le ragadi, la mastite, la supercazzola e tutte quelle robe lì.

Si arriva quindi all’asilo, privato e cattolico, per giunta. E io mi ci trovo in mezzo. Tra quelle quattro mamme che portano i figli nella scuola privata del centro con il Suv. Anzi, addirittura con il taxi. E, udite udite, sono pure la rappresentante di classe. E come no? Un destino già segnato. Da rappresentante d’istituto al liceo al capitano della squadra di pallavolo. Una storia che si ripete. Vabbè. Il tutto per dire che non lo avrei mai creduto possibile. Non di fare la rappresentante. Ma di portare mia figlia alla scuola privata in centro con il Suv e le scarpe firmate. Ommioddio.

Ma veniamo alle scarpe firmate. Quasi tutte le mamme della scuola dove va costanzaalmateresatoniattidettaconnie calzano le Stan Smith. Rigorosamente bianche e verdi. Con il maxicoat, ovviamente. Il marchio di fabbrica dei bambini è la candelina al naso. Quello delle mamme le Stan Smith bianche e verdi ai piedi. E poi ci sono le Rucoline. Da russa. E che non me ne abbiano le russe. Una delle quattro mamme con cui c’è empatia, alchimia, chimica, insomma quella roba lì, si chiama Giorgia. In realtà sua figlia, Mariavittoria detta Mavi, fa la prima asilo, i nostri vanno ancora alla primavera. Però è amica della mamma di Giacomo, il bimbo di cui Connie è un po’ innamorata. Quindi, per riassumere, ogni giorno, dopo aver mollato i bimbi ci beviamo un caffè macchiato con zucchero di canna, la Giorgia, la Brandi la Lucilla la Pasqua e io.

Giorgia è una mamma giovane e super chic. Una di quelle gnocche naturali che anche senza trucco, in tuta e sneakers e con il berretto di lana in testa è super top. Chissà quando si agghinda. Ha un solo difetto, sulla carta. Le Rucoline. Eppure lavora nella moda, perbacco. Si giustifica dicendo che sono comode e blablabla. Però ha le Rucoline. Da russa. E chissà se anche Giorgia, prima di avere Mavi, aveva i conati di vomito quando vedeva altre mamme fuori dagli asili a discorrere di vasini e di riduttori.

Ma veniamo al punto, scarpe firmate a parte. La riflessione è proprio sull’alchimia fra le mamme. Avremmo mai fatto amicizia se non fossimo state legate dai bambini? Eravamo così tanto diverse prima di avere dei figli? Che cos’è che ci ha cambiate veramente? L’essere diventate adulte e responsabili o l’essere diventate madri? Stop. Mi sembro Carrie Bradshaw nelle prime puntate di Sex and the city. Riccia e con il nasone. Ma con scarpe firmate.

lunedì 31 ottobre 2016

Quando le scarpe ti stanno strette anche se sono del tuo numero




Venerdì sera pre lungo ponte, ore 21. Invece che essere galvanizzata sono in ansia. Eppure il venerdì sera è sempre stato il mio momento preferito. Sono appena rientrata da 5 giorni londinesi lontana da figlia, marito e tata. Quando riassapori la libertà, il ritorno alla realtà è uno shock. Riuscire a cagare per 5 minuti di fila senza che nessuno entri in bagno con te dicendo pure mammachepuzza era un lusso che avevo rimosso.

Guardo un film con Drew Barrymore, svogliatamente. La iena sta dormendo, mio marito, “stranamente”, non c’è. Intanto chatto con la mia nuova amica Brandi, la mamma di un bimbo che va a scuola con la iena. Stasera ho il mood malinconico, mi chiede perché, le dico che ho le scarpe troppo strette anche se sono del mio numero.

In effetti dopo la gravidanza mi è cresciuto il piede di mezzo numero. Così ho avuto la scusa di poter cambiare tutta la scarpiera. Tranne le Manolo Blahnik e le Louboutin. I pezzi vanno conservati a prescindere. Ah, ho anche cambiato tutto il guardaroba perchè mi si è allargato il torace. E poi ho 41 anni e, come qualcuno mi ha fatto simpaticamente notare, mi sono imborghesita e, attenzione, ripulita. Tra i denti mi ha anche dato della mantenuta ma sorvoliamo. E’ pur sempre vero no? E da buona ripulitamantenutaimborghesita sono stata costretta a cambiare guardaroba. Mica posso vestirmi sempre da ragazzina o come una stracciona.

Puoi togliere la ragazza da Rho ma non Rho dalla ragazza. E’ un detto che è stato adattato. Credo che in origine ci fosse il Bronx o qualche quartiere periferico londinese. Ecco. Il punto è che la ragazza da Rho è stata tolta. Ma Rho dalla ragazza no. Io rimango io. Vado a farmi le unghie e il colore dal parrucchiere. Ma la sostanza non cambia. Non è perché vivo nel centro di Milano e ho sposato un avvocato che può far di me una “ripulita”.

Anyway, non si stava parlando di alta borghesia milanese ma di scarpe troppo strette. Che, tradotto, vuole dire che quando si ha una vita fortunata e senza reali problemi, i problemi si devono creare. E’ sostanzialmente un fatto legato alla leopardiana teoria del piacere. Cioè, il concetto è proprio quello della teoria del piacere, traslato sulle scarpe troppo strette.

E’ il 1820 quando il buon vecchio Giacomo, in quel di Recanati, elabora la teoria del piacere. Senza dilungarmi in pedanti disquisizioni filosofico letterarie la spiego in due parole. Quelle due parole che durante gli anni alla facoltà di lettere mi permettevano di memorizzare velocemente il concetto. Me l’ero immaginata più o meno così: il cielo tende una corda con una specie di asola invitando ad afferrarla. Più ci si affanna meno si riesce a prenderla. Il desiderio è illimitato e il piacere che si ricerca è, di conseguenza, infinito. Ma non può essere soddisfatto perché l’asola è inafferrabile. Si cerca quindi rifugio nell’immaginazione che però, scemata l’età dell’illusione, è talmente debole da non esistere più.

Gli anni alla facoltà di lettere erano anche gli anni dell’illusione. Quando le scarpe erano ancora abbondantemente larghe. Ora è diventato assolutamente impossibile rifugiarsi nell’immaginazione. Quello che vale ora è solo la fuga. Una fuga vera a gambe levate, non una fuga nel magico mondo della fantasia. Quanto sarebbe facile. Quanto sarebbe liberatorio.

La iena ha la faringotonsillite acuta con tanto di placche purulente in tutta la gola. Ecco perché venerdi sera pre lungo ponte, ore 21 avevo l’ansia. Ah, ha pure un fortissimo acetone ed è quindi a rischio vomito antibiotico. Un disastro. E come tutti i bimbi malati è accozzata a me, giorno e notte, appesa alla gamba e al collo, con quella nenia lamentosa continua. E io non riesco a respirare. Altro che scarpe strette, è come se quell’asola tesa del cielo mi stesse strozzando. E allora prendo l’ipad e medito la fuga. Guardo i voli per Alghero, teatro di meravigliosi ricordi sturm und drang. Guardo le case a Tenerife. Cerco qualche amica per uscire a pranzo. O a cena. Voglio solo scappare lontano, Respirare aria depurata dallo streptococco. Cazzo di streptococco.

Poi però mi arrendo a quegli occhietti cerchiati e violacei. A quel musetto triste. A quel corpicino vivacissimo senza energia. Scappo, si. Ma in farmacia a comprare antibiotico e fermenti. Coca Cola e Biochetase. Grissini e banane. Si, mi arrendo. Le scarpe sono un po’ strette ma i piedi non fanno più male.

Sempre caro mi fu quest’ermo colle,
e questa siepe, che da tanta parte
dell’ultimo orizzonte il guardo esclude.
Ma sedendo e mirando, interminati
spazi di là da quella, e sovrumani
silenzi, e profondissima quïete
io nel pensier mi fingo, ove per poco
il cor non si spaura. E come il vento
odo stormir tra queste piante, io quello
infinito silenzio a questa voce
vo comparando: e mi sovvien l’eterno,
e le morte stagioni, e la presente
e viva, e il suon di lei. Così tra questa
immensità s’annega il pensier mio:
e il naufragar m’è dolce in questo mare.


lunedì 5 settembre 2016

Ferragosto alternativo



Il 15 di agosto è un po’ come fosse il Capodanno estivo. Un 31 dicembre caldo. Per quelli che vivono in questo emisfero. Anzi no. Forse è un po’ più come fosse l’8 dicembre. Sempre di Madonna trattasi. Senza essere blasfemi. Che poi io, un 8 dicembre di 10 anni fa, mi sono pure sposata. Comunque, facciamo che il 15 di agosto sia l’8 dicembre estivo, quindi, in definitiva, un giorno da festeggiare. Per tradizione di solito si celebra con pranzi che neanche Pantagruele e Gargantua insieme, con gite fuori porta e come “un giorno di ferie”.

Il 15 di agosto del 2016 lo abbiamo festeggiato su, nella verdeggiante e fresca Valle di Ledro. Località Pur. Una bella giornata di sole a incorniciare il lago immacolato e straordinariamente pulito. Quasi da bere. Un risveglio lento, lazzarone, poco propenso al fare. Qualche timida iniziativa, qualche proposta, un pic nic, la solita polenta su al fienile, un barbecue. Dopo esserci riuniti in consiglio decidiamo per il ferragosto alternativo. Un po’ come andare a letto prima della mezzanotte a capodanno. O a stare a casa l’8 dicembre, anche se siccome a Milano il 7 è Sant’ Ambrogio, c’è il ponte.

Un pranzetto frugale, i soliti 5, l’avvocato mio marito, io e Connie più i residenti estivi fissi Sergio Pedrazzini e Jessica, la Regina del Burraco. Nessun altro. Nessuno dei 250 parenti che abbiamo, nessuno dei  4000 amici che abbiamo. Nessuno dei 602 nipoti che abbiamo. Nessuno. Dopo la nanna di Connie e, naturalmente, una partita a burraco, la lazzaronite acuta cala e il nostro ferragosto alternativo diventa più attivo: un giro in pedalò fino a Mezzolago, un pesce d’asporto e via, sempre tra di noi, una light dinner.

Si parte. La Regina del burraco e Pedrazzini si offrono di pedalare. L’avvocato mio marito fa la traversata a nuoto. Io placco Connie per tutto il tragitto. Scalmanata com’è è un attimo che finisca nel lago. Che proprio caldissimo non è. Da qualcuno avrà pur preso.

Tutto bene, l’avvocato mio marito arriva tra gli applausi che fioccano dalle finestre dell’albergo Mezzolago con l’ovazione dei turisti che hanno seguito l’impresa olimpica nuoto libero pontile di Pur-Mezzolago. Che poi saranno si e no 500 metri. Connie è rimasta abbastanza ferma e quindi io non sono sudatissima. La gamba ciclistica dei ragazzi ha retto. Scendiamo sul pontile di attracco e andiamo a ordinare il pesce. Di lago. Slurp.

La trota salmonata affumicata arriva subito. La sistemiamo in un vano del pedalò e siamo pronti a ripartire. Vorrei tanto uno spritz, così, giusto per gradire, ma l’ovazione riservata poco prima all’avvocato mio marito risveglia in me quello spirito di competizione da tempo sopito. Insieme all’egocentrismo e all’abitudine a stare sotto i riflettori. Devo fare la traversata a nuoto. Tolgo t-shirt e pantaloncini e mi tuffo. Si sente un “ooooooohhhhhh”. Ho un brivido. Più per l’eccitazione che per il contatto con l’acqua freddissima. Mi stanno guardando tutti. Inforco gli occhialini e parto a bomba. Se mi viene un crampo ho il pedalò di fianco, sono serena.

Inizio a macinare bracciate. Guardo indietro. Sono sempre tutti lì a guardarmi. L’acqua del lago però è pesante, io sono fuori forma e non riesco a spezzare il fiato. Proseguo, forte di tutta l’aspettativa sulla mia traversata. Mi fermo un attimo, prendo fiato. I polmoni cominciano a bruciare forte, il ginocchio malandato pulsa, le braccia iniziano a cedere, sono paonazza. Rallento il ritmo ma proseguo. Dal pedalò gesticolano, alzo il pollice in segno di “va tutto bene”, bevo, annaspando, senza che se ne accorgano.  E meno male che l’acqua è pulita, quasi da bere. In realtà gesticolano per farmi salire, devono aver avvistato in lontananza qualcosa o qualcuno sul nostro pontile. Grata di avere il pretesto salgo, stralunata, sul pedalò. Mi lamento per essere stata interrotta, mancava davvero poco. Ma in realtà sono sfinita, mi gira la testa e faccio fatica a respirare. Mi stendo, fingendo di essere contrariata. E non mi giro più, ho deluso il mio pubblico nutrito, quattro ottantenni inglesi o tedeschi in vacanza relax sul lago.

L’avvocato mio marito sta facendo il grosso perché da lontano ha visto qualcuno che sta tirando sassi dal nostro pontile. Sembrano ragazzini.
Adesso vado lì e gliene dico quattro, vandali”, “E’ ora di finirla”, “Qualcuno deve dare una regolata a questi ragazzetti maleducati”.
Sale l’adrenalina. L’avvocato mio marito di solito è uno quieto. La tamarra, in famiglia, sono io. Siamo tutti in attesa della sfuriata epocale. Il natante si avvicina al pontile a grandi pedalate e le figure si fanno sempre più nitide. Sono un uomo e un ragazzino. Sono scesi  dal sentiero per il pontile con due mountain bike.

L’avvocato mio marito cambia espressione, il monociglio si ammorbidisce, la mascella è meno serrata. Osserviamo, attenti. Perfino Connie è zitta. Un evento unico.  I prodi pedalatori prendono la via di casa e iniziano a salire dal sentiero con il piatto di trota salmonata. Io chiudo la fila con Connie. L’avvocato è lì, titubante, siamo tutti in attesa.
“Hi”, saluta, cordiale.
Where are you from?”.
Sono padre e figlio, il padre sulla cinquantina, il figlio appena adolescente. Sono tedeschi di Stoccarda, hanno lasciato la macchina a Innsbruck e da lì hanno proseguito in bici. La conversazione prosegue e poi, avendo già capito che piega avrebbe preso il tutto sento:
“Is your platform? Can we sleep here tonight?”
Ovviamente so già la risposta.
“I have a flat and something to eat. It’s free”.
Sto già pensando a come porzionare la trota salmonata. E se ho dell’aglio e degli spaghetti d’emergenza. Il ragazzino avrà più o meno 15 anni, sarà affamato. E poi hanno fatto chissà quanti chilometri in bici. E poi penso in quale diavolo di armadio ho delle lenzuola di scorta. E gli asciugamani?


La pasta aglio, olio e peperoncino è in tavola tre quarti d’ora dopo. Loro arrivano, freschi di doccia, si chiamano Dominic e Thomas. Dominic è il ragazzino. Mia figlia si prende una cotta per lui, ha 14 anni. Andiamo bene. Se questo è l’andazzo auguri. Da qualcuno avrà pur preso. Porco schifo. Apriamo pure l’amarone, bottiglia magnum. Dopotutto è ferragosto no? E’ il giusto contrappasso per aver voluto fare gli alternativi. 

La serata è piacevole, mangiamo quello che c’è, beviamo il mio vino rosso preferito, parliamo inglese. Mia figlia lecca Dominic sul braccio ma fa niente, suvvia, l’amarone ha 14 gradi. Jessica e io rigoverniamo, giochiamo a burraco e andiamo a letto. Non riesco a prendere sonno. Non è il caldo, non è la leccata malandrina di una bambina di due anni a un adolescente, non è nemmeno l’aglio. E’ il pensiero che l’8 dicembre mi troverò in casa tutti i senzatetto dell’opera di San Francesco. Cin Cin.

sabato 3 settembre 2016

Burraco Mania



“Ho più pinelle che pensieri”, recita un post, di mia sorella Paola, detta Piol, sulla mia pagina di facebook. Mia mamma – il genio – e io, tornate dalla lunga permanenza estiva nel sud della Sardegna, l’abbiamo iniziata al Burraco. La vera droga del secolo. In confronto la cocaina è zucchero. Di canna.

La spacciatrice numero uno è mia suocera. Una maestra. Di burraco e delle elementari. Qualche anno fa ci aveva già provato a insegnarmi il burraco. Ma il terreno non era fertile e il virgulto non ha attecchito. La piantagione della vera droga del secolo è quindi rimasta incolta e allo stato brado e la maestra, mia suocera, poteva disporre della sua sola dose. Ad uso personale.

Nella lunga permanenza estiva nel Sud della Sardegna il virgulto ha iniziato a fiorire. Il potere della droga si è diffuso rapidamente iniziando a mietere le sue vittime. Mia madre, la tata Ju Ju, mia cognata. Io ho resistito, per quanto possibile. Leggevo e poi mi ritiravo nelle mie stanze, guardando con sdegno quelle povere derelitte affette da una dipendenza incontrollabile. Giocavano fino a notte inoltrata, senza sosta, con gli occhi iniettati di sangue.

E poi è arrivato il giorno della mia iniziazione. Avevo finito i libri, mi sentivo sola, un po’ di debolezza e ho ceduto alla prima sniffata di burraco. Inebriante. Il pozzetto da 18 carte era un surplus di droga davvero invitante. Come resistere? Il genio, tata Ju Ju e io. Tre drogate in crisi d’astinenza in attesa di mettere a letto la piccola Connie per poter placare il nostro disagio. In cerca di qualsiasi scusa – vento, brutto tempo, premio, supercazzola – per piazzare Connie davanti a un film Disney e giocare a Burraco. Una malattia.

E poi è arrivato il giorno della partenza. Alla spicciolata. Prima il genio. Poi io. Subito dopo la tata Ju Ju. Nella settimana milanese di sosta, tra il sud del Sardegna e la Valle di Ledro, abbiamo giocato come forsennate. Mia mamma e io rinunciavamo alle consuete attività quotidiane nella pausa sonno di Connie. Ju Ju rinunciava alla sua, di pausa sonno. Nel frattempo abbiamo iniettato la prima dose a mia sorella Paola, detta Piol. E creato un mostro. Ma poi il mostro è partito per il suo viaggio on the road direzione eolie, e noi ci siamo perse una ricca consumatrice. Urgeva trovare altri adepti. Subito. Anche perché se giochi in due non c’è il pozzetto da 18.

E poi è arrivata lei, la Regina del Burraco.
Jessica Vanelli
36 anni
Riccia
Bionda
Fidanzata di Sergio Pedrazzini
Residenza estiva: Pur, Valle di ledro, residence panorama

Il trio del Burraco si era finalmente ricomposto. Il pozzetto da 18 era salvo, insieme agli spritz carichi e immacolati. Un minuto esatto dopo aver messo a letto Connie partiva la bisca. E il pozzetto da 18 era quasi sempre suo, JessicaVanelli36anniricciabiodafidanzatadisergiopedrazziniresidenzaestivapurvaldiledroresidencepanorama

E poi è arrivato di nuovo il momento del distacco. Il genio è partito con il pozzetto da 18. Abbiamo ricominciato a giocare in due, senza sosta, fino all’arrivo, per l’ultimo week-end di agosto, di mia sorella Paola, detta Piol. E sono aumentati gli spritz, carichi e immacolati, e, naturalmente, il pozzetto da 18.

E poi, l’’estate sta finendo, e un anno se ne va. La stagione del Burraco volge al termine. Io sono a disintossicarmi al Forte, c’è il matrimonio di una mia amica. E’ l’occasione per distrarsi. Bevo uno spritz, per non soffrire troppo. E per non perdere l’abitudine. Vedo un mazzo di carte languido, adagiato su un comodino. Una morsa allo stomaco. Passo oltre.

E poi arriva una foto su whattsapp. Il genio e mia sorella Paola, detta Piol, stanno andando a Stoccolma per il week-end a raggiungere mia sorella Sara, detta Scrunch, lì per lavoro. Sono in aereo e stanno giocando a burraco. Hanno comprato le carte in aeroporto. 

Mi viene una crisi isterica, ho la bava alla bocca e un travaso di bile per l’invidia. Scrivo a JessicaVanelli36anniricciabiodafidanzatadisergiopedrazziniresidenzaestivapurvaldiledroresidencepanorama, devo condividere il dolore. E lei, empatica, con gli stessi crampi di astinenza, allevia la mia pena.

L’unica consolazione è che le mie parenti, che in questo momento sono allo spaccio di ACNE, mi portino qualcosa. Ecco. Porca Pinella. Che la stagione del burraco non abbia fine.



lunedì 7 marzo 2016

La ceretta all’inguine



Ecco. Mi rendo conto che il titolo del post non sia proprio accattivante. Almeno non per una parte di lettori. Ma mi sono occupata per tutto il giorno, insieme alla mia vecchia amica e compagna di squadra, ora fiscalista, di editare la Guida Fiscale del 730. Quindi i casi sono due: o accendo la tele e guardo l’Isola dei famosi, che però inizia mercoledì, o parlo di ceretta all’inguine. Annullare il cervello, a fine giornata, è l’unica soluzione possibile.

La ceretta all’inguine è una delle cose più terribilmente dolorose in natura. Seconda solo al parto, anzi, rettifico, il parto, se fai l’epidurale, non è così agghiacciante. Seconda solo a quando spacchi il legamento crociato del ginocchio e sbricioli i due menischi. Il dolore è allucinante. Più del parto. Con epidurale naturalmente. E della ceretta all’inguine. Appena fuori dal podio, ma lì lì e a parimerito, ci sono il mal di denti, il mal di testa quando sei incinta e puoi prendere solo la tachipirina, le coliche addominali quando sei incinta e puoi prendere solo la tachipirina, il torcicollo. Sia quando sei incinta e puoi prendere solo la tachipirina sia quando ti viene e basta.
Dal quinto al decimo posto, in ordine sparso, ci sono il gomito sbattuto su uno spigolo o il mignolo del piede sulla gamba del tavolo, quel tipo di dolore che senti dai due ai tre secondi dopo. Tua figlia che ti dà inavvertitamente una testata. O che ti tira i capelli. Non troppo inavvertitamente. La lezione di pilates quando non hai più addominali. Il virus intestinale e le sue varianti stagionali. La pipì quando ti scappa fortissimo e non puoi farla. E il tunnel carpale quando per lavoro devi fare una cricetata assurda e non stacchi mai la mano dal mouse.

La ceretta all’inguine, però, merita uno spazio tutto suo. Talmente dolorosa che rimandi il più possibile l’odiato momento in cui devi sottoporti a tale tortura. Talmente disgustosa che a volte preferiresti andare dal dentista. O a fare il pap test. Anche perché, più o meno, la posizione sul lettino dell’estetista è tale e quale a quella di quando sei dal ginecologo a farti il pap test. Per non parlare di quando ti fanno mettere a quattro zampe – scusate l’immagine raccapricciante – per, così dire, le rifiniture. Ma chi diamine ha inventato la ceretta all’inguine? E dove è scritto che si debba per forza fare? Perché un conto è fare le mani, le sopracciglia, i baffetti, la pulizia del viso, la maschera al cetriolo. Quelli si vedono. E mettiamoci anche la pedicure, le ascelle e le gambe. Ma perché l’inguine? Perché se non strettamente necessario tipo che vai in piscina, in SPA, in vacanza o hai amanti vari e occasionali?

La ceretta all’inguine, pur dolorosa che sia, è un fatto concettuale. Anche se sei sposata da dieci anni, hai dei figli, non vai mai in vacanzapiscinaspa, metti i mutandoni della nonna e la canottiera dentro i mutandoni, non puoi non avere la “zona bikini” pressochè perfetta. Si chiama amor proprio. Che senso ha avere lo smalto semipermanente alle mani e la zona bikini con un’acconciatura alla Edwige Fenech in Giovannona Coscialunga?
La ceretta all’inguine, naturalmente, richiede una preparazione mentale di  un certo tipo, una concentrazione assoluta, e una fascia addominale ben preparata allo strappo. Una volta applicati questi accorgimenti il gioco è fatto, più o meno. Detto questo, dovrebbero fare un’anestesia locale prima di mettere quella cera bollente su una parte del corpo tanto delicata e tanto innervata per poi strappare con totale sadismo. Ecco.

Il mese dell’uccello è alle porte, cari i miei lettori ma soprattutto care le mie lettrici. Quindi, preparazioneconcentrazioneeaddominaleallenato. Non si sa mai.

venerdì 4 marzo 2016

A che cosa stai pensando? Il popolo di Facebook



Bevendo un caffè con il mio affascinante “capo”, web manager di Altroconsumo, dopo una riunione impegnativa, si vira su discorsi più leggeri parlando del popolo di Facebook. In una sua nota, datata 1 aprile 2012, e intitolata “il Facebook che non sopporti”, aveva deliziosamente sintetizzato tutte le odiosità del papà dei social network. Divertente. E illuminante.

Adoro Alessandro, il mio affascinante capo. Non ci vediamo praticamente mai, a parte un caffè quando capito per caso in ufficio. I nostri contatti si limitano alla posta elettronica, quando deve commissionarmi un articolo, o a un like su Facebook e su Instagram, quando c’è una bella foto. E lo adoro perché, a parte essere affascinante anche se non è esattamente il mio tipo – troppo intellettuale e radical chic, tipo quelli che si rifiutano di leggere Ken Follett perché, citazione sua, “è un libro da supermercato” – ha quella magnifica dote del sarcasmo velato senza essere pungente e mai sopra le righe che fa di lui, nonostante non legga libri di Ken Follett ma solo di Luther Blissett, (meglio noto come Wu Ming) una persona intelligente.

Nella sua illuminante nota su Facebook, divide in 5 punti, in perfetto stile Altroconsumo, tutto ciò che il popolo di Facebook scrive nei cambiamenti di stato e che gli provoca orticaria. Copio e incollo, virgolettando come si conviene a una citazione d’autore.

“Ma ci sono alcuni interventi su Facebook che non si possono proprio sopportare. Senza offesa per chi ne fa uso -probabilmente l'avrò fatto anche io -  i post che mi procurano un'immediata orticaria sono i seguenti.
1) Quelli che stanno per partire per una vacanza e si rivolgono direttamente al luogo di destinazione annunciandogli il loro imminente arrivo. Possibilmente con un uso ripetuto della vocale finale e di punti esclamativi. Esempio: "Sardegna, sto arrivandooooo !!!!". "New York: eccomiiiii !!!!!!!"
2) Quelli che ci devono comunicare a tutti i costi qualunque normalissimo momento della giornata, dal caffè alla pausa pipì. Peggio ancora se con ricorso all'inglese: "aperitivo time".
3) Quelli che mettono "mi piace" ai loro stessi post. Oppure che si commentano da soli. E spesso, in questo caso, i loro interventi rimangono tristemente isolati.
4) Salutare tutti, dare il buongiorno o la buonanotte, è normale su Facebook. Ma per piacere, basta con questi "Buongiorno mondo!". Che poi magari hai soltanto 14 amici! Che si sono pure appena svegliati con le palle girate.
5) Quelli che per raccontare qualcosa di bello usano l'espressione "non ha prezzo", mutuata da una pubblicità della Mastercard. Con l'ancor più tremenda variante "priceless".”

Geniale. Ognuno usa i social come diavolo crede. Dando per scontato il fatto che chiunque possa riuscire a tracciare un identikit da due dati incrociati. O, meglio, Facebook è proprio una finestra sui fatti altrui. Da un post, da una foto, da un like, da una condivisione, si riesce a ricostruire la personalità di un individuo. Facebook è un ottimo mezzo per “stalkerare” persone che si conoscono poco. Per capire i tratti principali di una persona, da quelli che postano senza sosta foto dei figli a quelli che condividono ossessivamente link di cani abbandonati o maltrattati.

Ah, poi ci sono quelli che ti invitano a Candy Crush Saga. O qualcosa con “Farm”. E i fans del “milanese imbruttito”. Quelli delle invettive politiche. Quelli degli insulti contro ignoti che mandano messaggi al misterioso interlocutore sperando che capisca con frasi tipo “chihaorecchieperintendereintenda”. Chi ce l’ha con i meridionali perché parlano a voce troppo alta sul treno, chi posta solamente i luoghi status symbol per far vedere che è uno che conta, da Courma a Santa, dalla Costa Smeralda al ristorante di Cracco, dall’ XFactor Arena agli eventi più cool. Che nessuno si offenda, ovviamente, anche io posto quando vado alla Scala, o quando sono, anzi, ero, alle Maldive. Non sono mica senza peccato. Impossibile scagliare la prima pietra. E poi, se volete offendervi, al massimo prendetevela con il  mio “capo”. Ecco.

Poi ci sono quelli più moderati, che usano i social per postare canzoni, foto di viaggi, articoli di attualità, dibattiti in corso, frasi divertenti, pillole di saggezza, aforismi. Ecco per esempio gli aforismi del mio amico di Facebook @Marco Cattaneo sono geniali e godibili. Così come le massime di @Elisa Tomasoni. Per citarne due.

Il mio uso dei social, a parte postare quando vado alla Scala e alle Maldive, è per lo più giocoso. Scrivo vaccate. Posto foto con le boccacce. Ah, perché poi ci sono quelli che si mettono in posa per strada, sul tram, o a cavallo di una palma se sono in qualche isola tropicale, al solo scopo di usare la foto come immagine di profilo per Facebook. Oltre all’uso giocoso c’è però anche l’uso per cui il social nasce ed esiste, la comunicazione, che nel mio caso ha a che fare con il mio lavoro.

Un’infinità di volte ho avuto la tentazione di cancellare il profilo. O di bloccare persone moleste. Perché ce ne sono tante, di persone moleste che fanno commenti molesti  e fuori luogo e che potrebbero anche, estremizzando, rovinare l’immagine. Il mio affascinante “capo” è pur sempre mio amico di Facebook!

In coda, solo un monito, anche se non è mia usanza. Perché in questi giorni ho la vena riflessiva più che quella ironica. Meno condivisioni di animali squartati e meno foto di bambini sbattuti in bella mostra sul web. Please. Un po’ di buon gusto, in fondo, non guasta mai.

giovedì 3 marzo 2016

La tata di riserva



Riserva. Quella che quando si giocava seriamente a pallavolo stava in panca. Quella che faceva riscaldamento e poi si infilava la felpa della tuta fino alla fine della partita. Se tutto andava bene. Pronta ad essere chiamata per entrare in battuta, all’ultimo momento, con due sbracciate al volo per scaldare la spalla. E poi via la felpa, sui tre metri per il cambio, fischio dell’arbitro e battuta in mezzo alla rete. Se non addirittura sotto. Con lo spauracchio di dover portare le paaaaste il lunedì successivo. E tutti quelli che hanno giocato sanno benissimo a cosa mi riferisco. Paaaaasteeee.

Storia antica. Purtroppo. Ora lo spauracchio non è più rappresentato da una battuta sotto la rete. Che poi, fortunatamente di panca ne ho fatta davvero poca. Anche se, c’è da dirlo, ho finito la mia “carriera” proprio in panca, anzi, secondo libero in panchina. Deprimente.

Adesso la mia parallela carriera di madre mi ha imposto  di trovare una tata da mettere in panchina. Non vi illudete, amiche mamme, Ju Ju rimane saldamente al suo posto titolare. Solo che Ju Ju per il week-end va prenotata con qualche settimana di anticipo. Così è nata l’esigenza di una tata di riserva per il sabato sera/domenica pomeriggio quando tutto il mondo organizza qualcosa e ci invita e noi diciamo sempre no.

Sul web c’è una geniale piattaforma per genitori e baby sitter che ti permette, con iscrizione gratuita, di trovare persone disponibili nella tua zona, sia full time che per poche ore. Appena inserisco user, password e il mio annuncio iniziano a fioccare richieste. Leggo, valuto, prendo in considerazione e inizio a contattare ragazze che corrispondono alle mie esigenze. L’identikit ideale è una giovane studentessa, ventenne o poco più, che abbia tempo libero nel fine settimana e voglia di guadagnare qualche soldino. Lo abbiamo fatto tutte. O no?

Fisso i colloqui con un programma serratissimo: 18.30, 19 il primo giorno. 18, 18.30, 19, il secondo giorno. Arriva la prima, studentessa, 20 anni. Entra in casa e mi dà del tu. Lusinghiero, per carità. Ma a vent’anni non è accettabile dare del tu di default alla mamma della bimba a cui dovrai badare. Quale bimba? Tra l’altro. Costanza non viene degnata di uno sguardo. E vi risparmio il livello dei contenuti del colloquio. A parte la risposta “lhocambiatounavoltaamiocugino” alla domanda “saicambiareunpannolino”.

Arriva la seconda, anzi, non arriva. Alle 15.18 mi manda un sms chiedendo di poter arrivare 20 minuti in ritardo sull’orario stabilito. Accordato. Ma non arriva. 15 minuti dopo l’orario previsto ecco un altro sms:

Sono in macchina, sto arrivando…la mia vicina di casa si è sentita male nel pomeriggio e ho aspettato con lei che i figli arrivassero da Torino…ora il compagno di sua figlia mi sta accompagnando in auto, 5 minuti e sono da voi…mi dispiace tantissimo per il ritardo”

Naturalmente i 5 minuti sono 20. Cerco di liquidarla, ma mi dice di essere sotto casa. La faccio salire, abbiamo avuto tutti vent’anni. Entra in casa, tutta trafelata, naturalmente mi dà del tu e non guarda neppure la bambina. Parla di sé a macchinetta senza prendere fiato, precisa che lei non è disponibile a Natale, Pasqua e feste comandate e se ne va. Anche Ju Ju è perplessa. Ma non dice nulla. Mentre Connie continua a ripetere in loop il nome delle due aspiranti tate. Siamo a cavallo.

Il giorno dopo è quello decisivo. Tre appuntamenti. Sono fiduciosa. La ragazza delle 18 non si presenta. Venti minuti dopo la chiamo, non risponde. Mi risponde con un sms qualche minuto più tardi:

“Buonasera signora Alessandra mi scuso immensamente ma avevo segnato nella mia agenda il prossimo mercoledì e in più mi è impossibile raggiungerla ora perché sono ammalata. Mi scusi ancora, so che per un colloquio è ingiustificabile sbagliare giorno. Se vorrà ancora incontrarmi, considerata la febbre, sarebbe meglio la prossima settimana, scusi ancora.”

Sono allibita. Almeno questa mi ha chiamata signora Alessandra. Ma sono allibita.

La ragazza delle 18.30 già parte male perché un’ora prima, sempre tramite sms, mi aveva chiesto di poter portare un’amica. Allucinante. Qualche minuto prima dell’orario stabilito mi arriva, naturalmente, un altro sms:

“Salve, io sono in piazza della repubblica, sto cercando civico 8”

Mi parte una risata isterica. Ju Ju e Connie mi guardano, preoccupate. La signorina ha sbagliato piazza. Prendo il telefono e chiamo dicendole di lasciar perdere. Insiste. Ma le spiego gentilmente che alle 19 ho un altro colloquio.

L’aspettativa sulla ragazza delle 19 è altissima. Arriva, puntualissima. Entra, mi dà del lei, si toglie le scarpe e fa due moine alla bambina. Ci siamo. Però ha trent’anni. E un po’ di mestiere. Mi mette addirittura il CV sul tavolo prima di accomodarsi. Ha fatto il liceo classico ed è laureata in comunicazione ma non trova lavoro nel suo campo e quindi cerca come baby sitter. Mi fa tenerezza e vorrei fortemente credere di averla trovata. Ma so che non è lei, la tata in panchina, e anche mio marito, presente al colloquio la boccia prima di emettere la sentenza con la sua voce fuori campo: “cerca una ragazza straniera che abbia davvero bisogno di lavorare”.

E’ illuminante. Stupida io a non pensarci prima. Scandaglio il sito alla ricerca di ragazze di colore. Sono le mie preferite. L’occhio mi cade subito su di lei, Candide, nerissima e con un sorriso dolcissimo. La convoco per il giorno dopo e lei viene subito. E’ amore a prima vista. Tutta un’altra cosa.

Ora, il tema è questo. Ricordando i miei vent’anni tra pallavolo, università, lavori di ogni tipo, dalla commessa al mercato alla barista, dalla gavetta come giornalista alla gestione di un negozio di maglie da calcio d’epoca, che problema hanno le giovani studentesse italiane del 2016? E’ un fatto generazionale o un fatto educativo?

Perdonate lo sfogo, affezionati lettori, vi prometto di scrivere più spesso e con la solita sollevante ironia.



giovedì 3 settembre 2015

DDU



Giorno 4, sera, uno yogurt magro e un frutto.

Ebbene sì. Sono a dieta. Dopo due mesi di vacanza a sfondarmi di vermentino e birra mi sentivo effettivamente un po’ gonfia. E’ bastata una foto al parco a darmi il colpo di grazia: un picnic con le bambine, uno scatto dal cellulare di mia sorella ed eccomi lì, obesa.
E non mi sono neppure arrampicata sugli specchi pensando fosse la foto, la posizione, l’inquadratura, blablabla. Quella panza alcolica lì si vedeva proprio bene, nessuna scusa.
E poi, l’abbronzatura che se ne va, i capelli che cadono, l’apatia settembrina, l’autunno imminente, le mie cose, la bambina con la tosse e sto cavolo. Insomma, un disastro. Vado a recuperare una vecchia bilancia imboscata non so dove con gatti di polvere alti come grattacieli. Per intenderci. Neppure in gravidanza mi pesavo. Lo faceva la ginecologa, sulla sua bilancia, ogni mese. Con buona pace mia e sua: solo 7 chili in tutto. Ma io lo so il perché. La verità è che per nove mesi ho smesso di alcolizzarmi e quindi mi sono sgonfiata. I 7 chili non erano proprio reali. E poi ho vomitato per due mesi. Ecco.

In più, subito dopo aver partorito, di chili ne ho persi addirittura 9, neanche 7. Lo stress, l’allattamento, la partenza in salita, l’affaticamento, il poco sonno. Tre mesi dopo il parto ero davvero magrissima.

Dicevo, dopo aver spolverato al bilancia ci sono salita e il peso non mi sembrava poi così allucinante. In fondo ho nuotato tanto, ho fatto un sacco di camminate, sono corsa dietro a Con Con deambulante. Poi tata Ju Ju mi comunica, con mio grande orrore, che quella bilancia pesa almeno 3 kg di meno. Ok, no panic. Recupero un’altra bilancia da sotto il letto. Ancora più gatti. E’ senza pila. Ne trovo una, la inserisco, salgo sulla bilancia trattenendo il fiato. Oh Oh. Neanche fossi al nono mese. Oh Oh.

Basta scuse, devo mettermi a dieta. Grazie al cavolo, non ho più 20 anni che tanto qualsiasi cosa mangi o bevi sei lo stesso gnocca. Ne ho il doppio. E non gioco più a pallavolo, non mi alleno più tutti i giorni. Ehm, non mi alleno proprio. E’ solo che non sono pratica di diete e che l’unica che ho fatto me l’aveva data mia mamma, il genio, quando per l’immobilità forzata, causa intervento ai legamenti del ginocchio, mi ero un po’ appesantita.

E’ la DDU, in maggioneseDieta Delle Uova, meglio conosciuta come Dieta Plank che però sembra non sia il nome del medico che l’ha inventata. In sostanza è un regime iperproteico molto rigido dove, se non lo sei già, diventi una gallina per la quantità di uova sode ingerite. Promette di far perdere 9 kg in due settimane. Quando l’avevo fatta ne avevo persi 7. Sono motivata. E poi ho tenuto duro di brutto per insegnare a mia figlia Costanza, ariete ascendente leone con luna in leone, a dormire da sola. Dopo settimane di pianti strazianti adesso è un soldatino. Quindi ce la posso fare.

Sono al quarto giorno, me ne mancano altri 10. L’intervallo tra pranzo e cena senza merenda mi fa venire i crampi allo stomaco. E stasera ho solo uno yogurt con un frutto. Porchimmondo. Mia sorella mi ha attaccato la sinusite, sono tutta intasata e ho un mal di testa fotonico. Ma mi sento più sgonfia, la pancia alcolica è già rientrata e l’immagine di quella foto del picnic al parco continua a tormentarmi. Sembro mia zia. E poi stamattina sono salita sulla bilancia. Ho rimosso il peso iniziale ma è cambiato il primo numero quindi tutto ok. Si va avanti. Dopo tutto mia figlia si chiama Costanza mica per caso.

DDU aiutami tu. Vado a vedere Beautiful. Sally Spectra è morta da tempo ma magari vedere Brooke Logan tutta botulinizzata e, soprattutto, single, mi fa sentire gnocca.

martedì 10 febbraio 2015

Rottermeier si diventa. Evviva Tracy Hogg. Dall’alto dei cieli.



Si si. La promessa è ancora valida. Non è un blog di mamme. Giuringiuretta. Però due parole sul “metodo” le devo proprio dire. Per aiutare tutte le mie amiche neomamme e future mamme che se la sentiranno. Di diventare Rottermeier. Perché Rottermeier si diventa.

Che poi sulla signorina Rottermeier si è già detto abbastanza. Qui c’è un’altra signorina in questione. La signorina Tracy Hogg. Pace all’anima sua e all’eredità che ci ha lasciato. Grazie di essere esistita. Dilungarmi sul suo metodo, E.A.S.Y, significherebbe trasformare il mio blog in un blog di mamme. Quello che invece voglio raccontare è come sono arrivata ad amare profondamente Tracy Hogg.

Con Con ha una tata capoverdiana, Ju Ju. Che più che una tata sembra una modella perché è davvero bellissima. Che più che un colloquio ha fatto un casting - con mio marito - prima di diventare la tata ufficiale di Con Con. Che più che la tata ufficiale di Con Con sembra sua sorella maggiore, ergo, mia figlia adottiva. Ju Ju vive con noi da quando Con Con ha 10 giorni. Le ragazze capoverdiane sono dolcissime, pazienti, educate e discrete. Tengono i bambini in braccio tutto il giorno, li addormentano dondolandoli in braccio, li fanno dormire nel lettone e li allattano ogni 5 minuti. Il mio cuore di Rottermeier,nata Rottermeier manca un colpo. E non perché la tata è gnocca.

La mia ben nota ostinazione, i primi mesi della vita di Con Con, era finita chissà dove insieme al suo cordone ombelicale. Seppellita dagli ormoni, dal poco sonno, dall’incapacità di capire il pianto continuo e da una drammatica e concomitante situazione famigliare non sono stata in grado di applicare le regole rigide che mi ero imposta quando Con Con se ne stava tranquilla a sguazzare nella mia pancia. Ju Ju mi ha salvata. Però la faceva addormentare in braccio, guardando Onda latina sul satellite e dondolandola anche per 90 minuti fino a che non crollava. Ecco. Ju Ju ha 24 anni, un fidanzato e degli amici. Il sabato e la domenica è libera. E io mi trovavo il sabato sera a dondolare Con Con in braccio dai 50 ai 90 minuti cantandole We Are One (Ola Ola) di Pittbull, Jlo e Claudia Leitte. Peccato che la signorina abbia avuta una curva di crescita fuori da qualsiasi tabella e che in pochissimo tempo sia arrivata a pesare come un bovino adulto.

Un sabato sera, il bovino adulto non ne voleva sapere proprio di dormire. Avrà avuto circa tre mesi. Mi sono vista da fuori, la regina delle discoteche milanesi, quella che chiamavano free drink perché entrava gratis dappertutto e aveva da bere gratis per sé e per tutte le sue amiche, quella che si metteva le calze a rete sotto la tuta e poi si cambiava al McDonald’s, quella che faceva chiusura dei locali ogni diavolo di notte. Invece ero lì, con una poppante indiavolata in braccio, in camera della tata davanti a Onda Latina. Con il gomito del tennista, il tunnel carpale, e il capolungo del bicipite a pezzi. In quel preciso momento mi è apparsa Tracy Hogg. Una visione angelica dall’alto dei cieli. E mi ha indicato la via.

Dal giorno dopo sono partita con il pick up/put down, un metodo che richiede pazienza, nervi saldi, voce calma e, naturalmente, ostinazione. Dopo qualche giorno il bovino adulto si addormentava allegramente da sola nel suo lettino e nella sua cameretta. E ci dormiva per tutta la notte.

Poi c’è stato il patatrac della bronchiolite. Urla notturne nel silenzio atavico. Contorcimenti. Il corpicino che neanche una stufa di montagna. E Tracy Hogg a puttane. Poi, appena è stata meglio, la mia ostinazione ha preso il sopravvento sulla stanchezza, due prosecchini e via, riapplicare il metodo. Con delle modifiche dovute all’età quindi senza più piccarla up ma solo puttandola down. Dopo giorni e giorni da suicidio inizia a funzionare.  Alla facciazza di tutti i detrattori. Evviva Tracy. Dall’alto dei cieli.

lunedì 9 febbraio 2015

Il venerdì sera



Si lo so. Avevo promesso che non avrei trasformato il blog in un banale diario di mamma. Di quelli che ce ne sono già troppi. Di quelli pieni zeppi di sensazioniemozionilacrimegioiaconsiglinonrichiesti. Non che abbia qualcosa contro i blog delle mamme. Qualcuno è anche brillante. Ma non è per me. Detto ciò, avendo una figlia, con un nome altisonante e, diciamocelo, un tantino radical chic, raccontare fatti estemporanei, colti al volo e trasferiti sui tasti, non può prescindere dal fatto che ci sia lei. Costanza. Cioè, Costanza Alma Teresa.

Eh già. La poverina ha tre nomi. Suo padre è corso all’ufficio anagrafe della Mangiagalli prima che io potessi riprendermi dal meraviglioso rincoglionimento dell’epidurale e dall’adrenalina del parto. Costanza. Perché se lo è meritato. Alma. Perché era la sua bisnonna paterna da parte di nonna. Teresa. Perché era la sua bisnonna paterna da parte del nonno Ezio che ha avuto la possibilità di prendere in braccio la sua piccola nuova nipote per poi volare in cielo quasi subito dopo. Quanto ci manca.

In realtà volevo parlarvi di quella che è sempre stata fino ad oggi la mia serata preferita. Quella del venerdì. Credo di avere scritto anche un post su Facebook, recentemente. In un venerdì sera delirante di gennaio. Perché la signorina Costanza Alma Teresa Toniatti, detta Connie, Ciupiulus, Cius, Coccolina, Connozzo, Connone, Connina, Connielove, Amore dolce, Cocco, CAT, Con Con, ha deciso di ammalarsi esattamente dal 30 dicembre al 30 gennaio. Da esaurimento nervoso. Con puntatina alla clinica De Marchi il 5 gennaio per un focolaio da bronchiolite. E mi ha fatto pure saltare la gita a Londra, Con Con, l’amore dolce della mamma, con tutta la mia famiglia a carico della zia Sara perché zio Kitoff era fuori dalla cuglia. Detto alla maggionese. Porca Puttana. Con la P maiuscola. 

Il post era questo – Control C, Control V -: “Una volta, il venerdì sera, dopo l'allenamento pre partita, io e le mie migliori amiche ci mettevamo le calze a rete sotto la tuta, fingevamo di andare a casa a dormire e a concentrarci sulla gara, ci cambiavamo nel cesso del mc donald’s e andavamo in discoteca fino alla mattina. Ora le mie migliori amiche sono la tata e la pediatra. #‎odiolinverno #‎voglioandareaviverealmare #‎vaffanculoallabronchiolite #‎porcaputtana”.

A parte il porca puttana, con la p minuscola, con tanto di hastag, il venerdì sera, una volta, insieme alla mie amiche Barbara Merlini e Tamara Gorla fisse, con Alice Carrer, Valeria Vigoni e Mariachiara Brambilla detta zia, itineranti, dovevamo fare i numeri per poter sfangare i controlli rigidi di allenatore e presidente e goderci la nostra nottata milanese top. Perché – in teoria – eravamo delle atlete di serie B1, semi professioniste. Pagate persino. Poco, diciamo un simbolico rimborso spese, ma pur sempre pagate. E in quel di Novate si faceva sul serio. Il sabato era il giorno della partita. Allenamento di rifinitura il venerdì, light dinner e tutte a riposare. Ma tamaragorlabarbaramerliniioecceteraeccetera avevamo vent’anni o giù di lì. E il venerdì sera milanese era una sirena troppo allettante. Quindi dovevamo inventarci il piano B.

Il piano B non era particolarmente fantasioso. Dovevamo solo aggirare la Gestapo. Una polizia segreta che mandava in spogliatoio la figlia cinquenne del nostro capitano per farsi riferire cosa stessimo programmando per la serata. Probabilmente le prometteva dei ciuppa ciuppa. Sta venduta. Il nostro presidente conosceva le sue polle. Soprattutto Tamara Gorla, capo pollaio, nata e cresciuta tra la Getsapo novatese. Ma noi eravamo troppo furbe e motivate per farci fottere da una chimera di ciuppa ciuppa.  

Quando Chiaretta, la tenera bimbetta cui era stato promesso un anno di abbonamento ai ciuppa ciuppa, entrava in spogliatoio, fingevamo di parlottare di quanto fossimo stanche e provate, del misero panino che ci aspettava al Mc Donald’s di Cormano, e della voglia di andare immediatamente a riposare. In realtà, avevamo già infilato le calze a rete sotto la tuta e messo il tacco 12 e la gonna inguinale in una busta di plastica. E al Mc Donald’s ci andavamo per davvero. Quando ancora lo stomaco ventenne teneva botta ed  era in grado di digerire senza impegno quel mix diabolico di Junk Food. E nello spazioso bagno del Mc Donald’s di Cormano - quello sulla Milano-Meda, per intenderci -  avveniva la trasformazione. E poi via, direzione Corso Como sul Vitara. Di Tamara Gorla. La tigre. La tigre del Vitara.

Mi manca il venerdì sera? Si, mi manca. Sono leopardiana e ferocemente aggrappata all’illusione giovanile. Mi manca tutto, anche il Big Mac con la cipolla e il cetriolo. Anche se adesso il mio stomaco quasi quarantenne non è più in grado di digerirlo. E nemmeno il mio culo. Di quasi quarantenne. Mi manca ma non farei cambio. Perché Costanza Alma Teresa Toniatti è in buona compagnia. C’è Ryan Gorla Zaccone, quasi 7 anni. C’è Lola Rafales Merlini, quasi 6. E c’è lei. E se lei non ci fosse io starei naufragando in questo mare. Un naufragar che non m’è poi così dolce.

E mi sovvien l'eterno,
E le morte stagioni, e la presente
E viva, e il suon di lei.

#‎porcaputtana




venerdì 6 febbraio 2015

La signorina Rottermeier



Ieri mi hanno dato della signorina Rottermeier. In effetti non è la prima volta. Ah già, sono tornata. Quei miei quattro affezionati lettori che da un anno e mezzo mi stanno reclamando avranno di che leggere. Che poi sono mia sorella, una mia amica, mia zia e una amica di una mia amica. Mica critici da premio Pulitzer. Anche se la mia amica e l’amica della mia amica ne sanno. Di scrittura.

Vabbè. Avevo iniziato, nel lontano autunno del 2013, con il filone Dante. Quello lì che nel mezzo del cammin della sua vita si era ritrovato in una selva oscura. Dopo aver svelato citazioni fake, cavalli di Troia e Galeotti ho avuto un arresto. Non cardiaco. Gravidico. La pregnanza mi aveva preso male e mi aveva prosciugato la vena creativa. Ero tutta presa a fare conti sul diametro biparietale e la circonferenza cranica. Ah no anche il femore e il cervelletto. E se ci ripenso vomito.

Mia figlia è uscita nuda e perfetta. Certo si, un po’ testona. Ma è ariete ascendente leone con luna in leone con una mamma e un papà che proprio degli angioletti non sono. Anche se in realtà intendevo testona perché ha il diametro da tempia a tempia al 90esimo percentile.

Naturalmente, il mio ritorno alla scrittura, non significa un passaggio repentino da Dante alla poppante. Da un blog di letteratura a un blog sulla vita dura. Che poi ci ho buttato dentro la rima baciata AABB senza accorgermene. Dante Poppante Letteratura Dura. Anni di metrica mica per ridere.

Ma torniamo alla nostra Rottermeier. Io non me la ricordo tantissimo in verità. Heidi lo guardavo da piccola. Era l’istitutrice e la governante che si occupava dell’educazione di Clara. Mi sembra. Ed era una tipa super rigida con la faccia sempre incazzata. La signorina Rottermeier nel tempo è diventata un’icona. E oggi si usa definire Rottermeier qualcuno che usa regole rigide nell’educazione dei figli, che cerca di applicare le buone maniere, che ha un aspetto altero e severo e che è acida come un limone immaturo. Embè?

Bene. Ieri sera mi sono beccata della Rottermeier. Solamente perché cerco di insegnare a mia figlia di 10 mesi ad addormentarsi da sola. Perché la faccio piangere. Perché non voglio che giochi o si distragga quando sta mangiando. Perché vieto assolutamente che guardi la televisione. Perché le faccio mangiare solo cose biologiche e fatte da me. E, comunque, l’ostinazione paga.

E’ stata la mia bistrattata amica Brigida - a cui chiedo pubblicamente scusa se a volte ho trattato anche lei da Rottermeier - a dirmelo. Della Rottermeier. Un po’ lo sospettava ma non pensava che io fossi veramente la Rottermeier. Che poi, detto tra me e i miei 4 affezionati lettori, sono andata a cercarmela su youtube ed è identica a me. Cipollotto in testa, occhialini, collo alto e faccia incazzata. Mi arrendo. Sono la Rottermeier. Embè?

venerdì 8 novembre 2013

...ma guarda e passa...


Allora, visto che qualcuno sembra aver gradito e visto che ci ho preso gusto, adesso vi beccate pure il canto III dell’Inferno e, soprattutto, la rivelazione di una delle più celebri citazioni “fake” della Divina Commedia. Per buona pace del mio stomaco delicato.

Il canto III è quello dove c’è la porta dell’Inferno e quell’anafora martellante che la accompagna:

“PER ME SI VA NE LA CITTA’ DOLENTE
PER ME SI VA NE L’ETTERNO DOLORE
PER ME SI VA TRA LA PERDUTA GENTE”

Mio suocero, quasi ottantenne, recita ancora a memoria e con malcelato orgoglio le tre terzine che riportano i nove versi scritti sopra la porta infernale. E quando gli faccio la parafrasi al volo e gli spiego le figure retoriche si illumina in uno sguardo d’ammirazione per quella nuora un po’ cretina che si è imparata la lezioncina per fare colpo su lui.

Nel vestibolo dell’Inferno soggiornano gli Ignavi, coloro che per viltà non seppero operare il bene ma che non sono neppure dannati per non avere commesso nefandezze tali da meritare l’Inferno vero e proprio. Parafrasando, gli ignavi sono le banderuole, quelli che nella vita non prendono mai una posizione e che vanno dove tira il vento e dove a loro più conviene. Ne conosco tanti. Il contrappasso è esemplare: corrono senza sosta dietro ad un’insegna e sono punti continuamente da fastidiosi insetti che rigano di sangue il loro volto. Sangue che, misto a lacrime, nutre una schiera di vermi ai loro piedi. Disgusto vero. Meno male che ho consumato un light lunch.

Tra gli ignavi famosi c’è “colui che fece per viltade il gran rifiuto” tornato in auge l’11 febbraio del 2013 dopo le dimissioni di Papa Benedetto XVI. Il rifiutante in questione è - come ben saprete dopo il bombardamento mediatico della rinuncia di Ratzinger - Papa Celestino V che, abdicando perché non si riteneva all’altezza del ruolo, aprì la strada alla contestata elezione di quel celeberrimo Bonifacio VIII, punito a testa in giù nel canto dei simoniaci, il XIX, e responsabile, secondo Dante, della sua rovina e di quella di Firenze.

Il canto III è anche quello di “Caron dimonio, con occhi di bragia”, figlio dell’Erebo e della Notte, di professione traghettatore infernale. Ma, come dicevo in incipit, è soprattutto il canto di una delle più celebri citazioni “fake” della Divina Commedia.

Quante volte avete sentito citare – alla pene di cane – “Non ti curar di lor ma guarda e passa”, emessa con voce sicura da chi crede di proferire una frase colta per manifestare la propria superiorità. Ad esempio, due ragazze discretamente gnocche passeggiano per il quadrilatero milanese a caccia d’affari. In quella passano due ragazze più bruttine e sicuramente meno evidenti che commentano ad alta voce, pronunciando epiteti non troppo complimentosi nei confronti delle due bellone. Le bellone, invece che replicare, che fa tanto tamarro, tirano i dritto e si guardano compiaciute strizzandosi l’occhio e dicendosi vicendevolmente nonticurardilormaguardaepassa con tanto di pacca sulla spalla e sorriso di soddisfazione. Ecco che sale il rigurgito nonostante il light lunch.

I versi 49-51 del canto III dell’Inferno recitano esattamente:

“Fama di loro il mondo esser non lassa;
misericordia e giustizia li sdegna:
non ragioniam di lor, ma guarda e passa”.

Non ragioniam di lor. Non ragioniam di lor. Ma guarda a passa. Virgilio sta spiegando a Dante chi siano gli ignavi, quale sia la loro pena e perché i loro lamenti e le loro grida siano così intensi. La storpiatura in non ti curar di lor è ormai, ahimè, entrata a far parte del linguaggio comune. Un po’ come l’imperfetto al posto del congiuntivo. Ormai non ci si scandalizza più a sentire “credevo che era”.

Sto per perdere i sensi come Dante nella chiusa del canto. Stiamo per guadare l’Acheronte, pur non essendo anime prave, “Caron, non ti crucciare: vuolsi così cola dove si puote ciò che si vuole, e più non dimandare”. Non ragioniam di lor.



mercoledì 30 ottobre 2013

Il cavallo di Troia


Oh no. Ci risiamo. Galeotto sembrava proprio un’eccezione. Ben motivata tra l’altro. E ben inframmezzata dal solito trash. E allora che è sto titolo? Un indottrinamento sulla guerra di Troia? La storiella la sanno tutti, Troia è una città, non una parolaccia. Anche se, in fondo, potrebbe pure essere una parolaccia perché il mito racconta che Elena, la donna più bella del mondo, maritata a Menelao, Re di Sparta, si prese una sbandata pazzesca per il bel Paride, secondogenito di Priamo, Re di Troia, e se ne scappò con lui scatenando la guerra. Ovviamente so tutto ciò per aver visto Troy dove il bel Paride aveva lo splendido volto di quella disfunzione ormonale umana di Orlando Bloom. E cerco di non pensare ad Achille/Brad Pitt se no perdo definitivamente il filo del discorso. Ecco.

Il filo del discorso è il cavallo. Quello di Troia. Che non era il cavallo con cui Elena scappò per andare da Paride, cioè, non era il suo cavallo. Ma un ingegnosissimo stratagemma messo a punto da un certo signor Ulisse che finse di rinunciare alla guerra di Troia omaggiando Re Priamo con un cavallo di legno come segno di pace. Peccato che il cavallo contenesse i guerrieri greci più valorosi che, una volta penetrati all’interno delle mura, fecero secchi i poveri e ignari troiani.

Ma tutto questo già si sa. Tornando a Galeotto, quello che sembrava proprio un’eccezione, torno anche al mio amato Dante e a un altro dei canti più celebri del suo Inferno, il XXVI. Tutti conoscono il canto di Ulisse. Persino la nuova Miss Italia, eletta l’altra sera su La7, ha un tatuaggio sopra la tetta sinistra che riporta i versi 119 e 120 del XXVI canto dell’Inferno:

“fatti non foste a viver come bruti,
ma per seguir virtute e canoscenza”

Non voglio fare la purista o la snob. Né toglier nulla alla bella Giulia, la nuova Miss Italia, che ha dichiarato di aver scelto di tatuarsi quei versi perché si sente figlia di Dante. Ma giuro, tutte le volte che sento citare la Divina Commedia alla carlona o per sfoggio di erudizione mi viene un urto di vomito. Come quando il dentista usa lo specchietto per tenere ferma la lingua.

Supponiamo che la maggior parte di coloro che leggeranno conosca, pressappoco, “lo maggior corno de la fiamma antica”. Lo do per scontato. Alla domanda del perché Ulisse, “lo maggior corno della fiamma antica”, sia punito insieme a Diomede nella bolgia dei consiglieri di frode, chiunque risponderebbe serenamente e con assoluta certezza: “per aver detto ai suoi uomini “fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza”, incitandoli a compiere il “folle volo”, oltrepassando le Colonne D’Ercole, limite del mondo esplorabile. Risposta sbagliata.

Il peccato per cui Ulisse è eternamente punito nell’Inferno è proprio il cavallo di Troia. Insieme al furto del Palladio e alle armi di Achille. Nell’ottava bolgia sono dannati coloro che, nella vita, hanno fatto un cattivo uso dell’ingegno. Coloro che hanno adoperato per conseguire con frode il trionfo. Viene punita l’astuzia, l’abuso di intelligenza, la malizia politica. Il cavallo di Troia ne è l’emblema. Poi c’è il furto del Palladio, statua di Atena protettrice della citta di Troia, peccato di cui Ulisse si macchiò insieme allo minor corno de la fiamma, Diomede. E sempre con Diomede, Ulisse portò via per sempre Achille alla povera Deidamia con l’inganno delle Armi. Deidamia, figlia del Re di Sciro Licomede, innamoratasi perdutamente del valoroso Achille, lo aveva travestito da donna e nascosto in mezzo alla corte per sottrarlo alla guerra. Ma i dispettosi Ulisse e Diomede si presentarono a Sciro fingendosi mercanti e mostrando ad Achille alcune armi, risvegliandone lo spirito guerriero che indusse Achille a seguirli abbandonando la straziata Deidamia.

Bene, ricordo a tutti a voi che Achille in Troy era Brad Pitt. Mi si è risvegliato lo spirito guerriero. Grazie Ulisse. Grazie Diomede. Se fosse rimasto insieme alla straziata Deidamia non avremmo potuto sognare per giorni e giorni i bicipiti pompati di Brad.


lunedì 28 ottobre 2013

Galeotto fu il libro e chi lo scrisse


Niente panico. Non copritemi di insulti prima di aver letto. Mi rendo conto che una citazione dantesca come titolo di un post non è affatto da me. Sono in prima linea quando c’è da sfottere quelle noiosone intellettualoidi, vere o presunte che siano, tutte atteggiate a parlare di cultura e a darsi un tono. Molto meglio il low profile, come ho già ripetuto centinaia di volte. Molto meglio parlare di cose leggere, frivole, divertenti. Come dare torto, dopotutto, a chi preferisce leggere qualcosa di poco impegnativo invece che un approfondimento su Dante?

Lo so che non si direbbe. Da buona Brooke Logan della vallata che su Facebook posta solo apprezzamenti per gli Ape Escape, idoli puri di XFactor, e vaccatine varie, è difficile pensare che possa intitolare un post del mio blog - che a sua volta si intitola Rumor has it that, si vocifera che - al verso 137 del V canto dell’Inferno dantesco.

Eppure c’è stato un tempo in cui il buon vecchio Dante accompagnava le mie notti insieme a thermos di caffè. In quel poco spazio che mi rimaneva tra pallavolo, lavoro e discoteca, naturalmente. L’esame di letteratura italiana, alla facoltà di lettere, è quello che ti toglie il sonno, un po’ come il mal di denti. Un incubo. Uno scritto impossibile. Ho visto gente disperata dopo averlo provato 8 o 9 volte. Quasi peggio che l’esame di stato per diventare notaio. O avvocato. Poi c’è la volta che riesci a imbroccare qualche figura retorica o la parafrasi, passi lo scritto e accedi all’orale. Ci sono riuscita al secondo colpo. Una vera fortuna. E il corso monografico di quell’anno era sull’Inferno Dantesco. Unito al programma tradizionale del primo orale di letteratura, ovvero, tutto lo scibile da Francesco D’Assisi ai giorni nostri. Facile.

Ebbene. Arrivo all’orale terrorizzata. Mi boccia dopo 5 minuti esatti. Non so da quale diavolo di parola derivi “Cocito” e tentenno di brutto sulla relazione tra Maometto e l’Antico e Nuovo Testamento. Sono demoralizzata e prosciugata ma mi presento all’appello successivo. Mi fa le stesse, identiche domande. Trenta e lode. Dopo un’ora e mezza sotto torchio. Cammino sull’acqua. Altro che Antico e Nuovo testamento.

La scorsa settimana ci ho dato dentro con la cultura. Anteprima della mostra di Warhol con tanto di imbucamento al cocktail con Mr Brant, proprietario dell’intera collezione esposta e sposato con una gnocca stellare, la ex top model Stephanie Seymour. Un concerto di Beethoven  alla Scala. E una citazione dantesca. Tranquilli, ho ben compensato con Pechino Express, XFactor e, addirittura, Miss Italia su La7. Niente di grave.

Divagazioni a parte, torno sul titolo del post, Galeotto. Oggi, lunedì 28 ottobre, 2013, annebbiata da una cura antibiotica e in procinto di cavare un dente malato per porre fine alla mia sofferenza, ho deciso di essere un po’ Renée Michel, portinaia del numero 7 di rue Grenelle de l’eleganza del riccio. Non ho un gatto che si chiama Lev ma una curiosa rivelazione sulla reale derivazione del consueto modo di dire “Galeotto fu”.

Il canto V è uno dei più belli dell’intera Divina Commedia. E’ il canto di Paolo e Francesca, quello di “Amor ch’a nullo amato amar perdona”, quello de “La bufera infernal, che mai non resta” e di “Quali colombe dal disio chiamate”. Poesia pura. Renée Michel ha i brividi.  Ma Galeotto, chi era?

Paolo e Francesca stanno leggendo la storia di Lancillotto e non riescono a trattenere il loro impeto amoroso quando arrivano al punto in cui Lancillotto si innamora della regina Ginevra.

Quando leggemmo il disiato riso
Esser baciato da cotanto amante
Questi, che mai da me non fia diviso,
la bocca mi baciò tutto tremante.
Galeotto fu il libro e chi lo scrisse:
quel giorno più non vi leggemmo avante”.

Galeotto non è altri che Galehaut, nel ciclo arturiano il siniscalco della Regina Ginevra, moglie di Re Artù, che stimolò Lancillotto e Ginevra a rivelarsi il proprio amore. Il libro, nella trasposizione dantesca, assume quindi la funzione che fu propria di Galeauth: fare si che Paolo e Francesca, cognati, cedano alla furiosa passione d’amore e vadano incontro alla propria sanguinosa e infernale sorte.

Giuro che ho finito. Tra poco inizia Beautiful.