lunedì 7 marzo 2016

La ceretta all’inguine



Ecco. Mi rendo conto che il titolo del post non sia proprio accattivante. Almeno non per una parte di lettori. Ma mi sono occupata per tutto il giorno, insieme alla mia vecchia amica e compagna di squadra, ora fiscalista, di editare la Guida Fiscale del 730. Quindi i casi sono due: o accendo la tele e guardo l’Isola dei famosi, che però inizia mercoledì, o parlo di ceretta all’inguine. Annullare il cervello, a fine giornata, è l’unica soluzione possibile.

La ceretta all’inguine è una delle cose più terribilmente dolorose in natura. Seconda solo al parto, anzi, rettifico, il parto, se fai l’epidurale, non è così agghiacciante. Seconda solo a quando spacchi il legamento crociato del ginocchio e sbricioli i due menischi. Il dolore è allucinante. Più del parto. Con epidurale naturalmente. E della ceretta all’inguine. Appena fuori dal podio, ma lì lì e a parimerito, ci sono il mal di denti, il mal di testa quando sei incinta e puoi prendere solo la tachipirina, le coliche addominali quando sei incinta e puoi prendere solo la tachipirina, il torcicollo. Sia quando sei incinta e puoi prendere solo la tachipirina sia quando ti viene e basta.
Dal quinto al decimo posto, in ordine sparso, ci sono il gomito sbattuto su uno spigolo o il mignolo del piede sulla gamba del tavolo, quel tipo di dolore che senti dai due ai tre secondi dopo. Tua figlia che ti dà inavvertitamente una testata. O che ti tira i capelli. Non troppo inavvertitamente. La lezione di pilates quando non hai più addominali. Il virus intestinale e le sue varianti stagionali. La pipì quando ti scappa fortissimo e non puoi farla. E il tunnel carpale quando per lavoro devi fare una cricetata assurda e non stacchi mai la mano dal mouse.

La ceretta all’inguine, però, merita uno spazio tutto suo. Talmente dolorosa che rimandi il più possibile l’odiato momento in cui devi sottoporti a tale tortura. Talmente disgustosa che a volte preferiresti andare dal dentista. O a fare il pap test. Anche perché, più o meno, la posizione sul lettino dell’estetista è tale e quale a quella di quando sei dal ginecologo a farti il pap test. Per non parlare di quando ti fanno mettere a quattro zampe – scusate l’immagine raccapricciante – per, così dire, le rifiniture. Ma chi diamine ha inventato la ceretta all’inguine? E dove è scritto che si debba per forza fare? Perché un conto è fare le mani, le sopracciglia, i baffetti, la pulizia del viso, la maschera al cetriolo. Quelli si vedono. E mettiamoci anche la pedicure, le ascelle e le gambe. Ma perché l’inguine? Perché se non strettamente necessario tipo che vai in piscina, in SPA, in vacanza o hai amanti vari e occasionali?

La ceretta all’inguine, pur dolorosa che sia, è un fatto concettuale. Anche se sei sposata da dieci anni, hai dei figli, non vai mai in vacanzapiscinaspa, metti i mutandoni della nonna e la canottiera dentro i mutandoni, non puoi non avere la “zona bikini” pressochè perfetta. Si chiama amor proprio. Che senso ha avere lo smalto semipermanente alle mani e la zona bikini con un’acconciatura alla Edwige Fenech in Giovannona Coscialunga?
La ceretta all’inguine, naturalmente, richiede una preparazione mentale di  un certo tipo, una concentrazione assoluta, e una fascia addominale ben preparata allo strappo. Una volta applicati questi accorgimenti il gioco è fatto, più o meno. Detto questo, dovrebbero fare un’anestesia locale prima di mettere quella cera bollente su una parte del corpo tanto delicata e tanto innervata per poi strappare con totale sadismo. Ecco.

Il mese dell’uccello è alle porte, cari i miei lettori ma soprattutto care le mie lettrici. Quindi, preparazioneconcentrazioneeaddominaleallenato. Non si sa mai.

venerdì 4 marzo 2016

A che cosa stai pensando? Il popolo di Facebook



Bevendo un caffè con il mio affascinante “capo”, web manager di Altroconsumo, dopo una riunione impegnativa, si vira su discorsi più leggeri parlando del popolo di Facebook. In una sua nota, datata 1 aprile 2012, e intitolata “il Facebook che non sopporti”, aveva deliziosamente sintetizzato tutte le odiosità del papà dei social network. Divertente. E illuminante.

Adoro Alessandro, il mio affascinante capo. Non ci vediamo praticamente mai, a parte un caffè quando capito per caso in ufficio. I nostri contatti si limitano alla posta elettronica, quando deve commissionarmi un articolo, o a un like su Facebook e su Instagram, quando c’è una bella foto. E lo adoro perché, a parte essere affascinante anche se non è esattamente il mio tipo – troppo intellettuale e radical chic, tipo quelli che si rifiutano di leggere Ken Follett perché, citazione sua, “è un libro da supermercato” – ha quella magnifica dote del sarcasmo velato senza essere pungente e mai sopra le righe che fa di lui, nonostante non legga libri di Ken Follett ma solo di Luther Blissett, (meglio noto come Wu Ming) una persona intelligente.

Nella sua illuminante nota su Facebook, divide in 5 punti, in perfetto stile Altroconsumo, tutto ciò che il popolo di Facebook scrive nei cambiamenti di stato e che gli provoca orticaria. Copio e incollo, virgolettando come si conviene a una citazione d’autore.

“Ma ci sono alcuni interventi su Facebook che non si possono proprio sopportare. Senza offesa per chi ne fa uso -probabilmente l'avrò fatto anche io -  i post che mi procurano un'immediata orticaria sono i seguenti.
1) Quelli che stanno per partire per una vacanza e si rivolgono direttamente al luogo di destinazione annunciandogli il loro imminente arrivo. Possibilmente con un uso ripetuto della vocale finale e di punti esclamativi. Esempio: "Sardegna, sto arrivandooooo !!!!". "New York: eccomiiiii !!!!!!!"
2) Quelli che ci devono comunicare a tutti i costi qualunque normalissimo momento della giornata, dal caffè alla pausa pipì. Peggio ancora se con ricorso all'inglese: "aperitivo time".
3) Quelli che mettono "mi piace" ai loro stessi post. Oppure che si commentano da soli. E spesso, in questo caso, i loro interventi rimangono tristemente isolati.
4) Salutare tutti, dare il buongiorno o la buonanotte, è normale su Facebook. Ma per piacere, basta con questi "Buongiorno mondo!". Che poi magari hai soltanto 14 amici! Che si sono pure appena svegliati con le palle girate.
5) Quelli che per raccontare qualcosa di bello usano l'espressione "non ha prezzo", mutuata da una pubblicità della Mastercard. Con l'ancor più tremenda variante "priceless".”

Geniale. Ognuno usa i social come diavolo crede. Dando per scontato il fatto che chiunque possa riuscire a tracciare un identikit da due dati incrociati. O, meglio, Facebook è proprio una finestra sui fatti altrui. Da un post, da una foto, da un like, da una condivisione, si riesce a ricostruire la personalità di un individuo. Facebook è un ottimo mezzo per “stalkerare” persone che si conoscono poco. Per capire i tratti principali di una persona, da quelli che postano senza sosta foto dei figli a quelli che condividono ossessivamente link di cani abbandonati o maltrattati.

Ah, poi ci sono quelli che ti invitano a Candy Crush Saga. O qualcosa con “Farm”. E i fans del “milanese imbruttito”. Quelli delle invettive politiche. Quelli degli insulti contro ignoti che mandano messaggi al misterioso interlocutore sperando che capisca con frasi tipo “chihaorecchieperintendereintenda”. Chi ce l’ha con i meridionali perché parlano a voce troppo alta sul treno, chi posta solamente i luoghi status symbol per far vedere che è uno che conta, da Courma a Santa, dalla Costa Smeralda al ristorante di Cracco, dall’ XFactor Arena agli eventi più cool. Che nessuno si offenda, ovviamente, anche io posto quando vado alla Scala, o quando sono, anzi, ero, alle Maldive. Non sono mica senza peccato. Impossibile scagliare la prima pietra. E poi, se volete offendervi, al massimo prendetevela con il  mio “capo”. Ecco.

Poi ci sono quelli più moderati, che usano i social per postare canzoni, foto di viaggi, articoli di attualità, dibattiti in corso, frasi divertenti, pillole di saggezza, aforismi. Ecco per esempio gli aforismi del mio amico di Facebook @Marco Cattaneo sono geniali e godibili. Così come le massime di @Elisa Tomasoni. Per citarne due.

Il mio uso dei social, a parte postare quando vado alla Scala e alle Maldive, è per lo più giocoso. Scrivo vaccate. Posto foto con le boccacce. Ah, perché poi ci sono quelli che si mettono in posa per strada, sul tram, o a cavallo di una palma se sono in qualche isola tropicale, al solo scopo di usare la foto come immagine di profilo per Facebook. Oltre all’uso giocoso c’è però anche l’uso per cui il social nasce ed esiste, la comunicazione, che nel mio caso ha a che fare con il mio lavoro.

Un’infinità di volte ho avuto la tentazione di cancellare il profilo. O di bloccare persone moleste. Perché ce ne sono tante, di persone moleste che fanno commenti molesti  e fuori luogo e che potrebbero anche, estremizzando, rovinare l’immagine. Il mio affascinante “capo” è pur sempre mio amico di Facebook!

In coda, solo un monito, anche se non è mia usanza. Perché in questi giorni ho la vena riflessiva più che quella ironica. Meno condivisioni di animali squartati e meno foto di bambini sbattuti in bella mostra sul web. Please. Un po’ di buon gusto, in fondo, non guasta mai.

giovedì 3 marzo 2016

La tata di riserva



Riserva. Quella che quando si giocava seriamente a pallavolo stava in panca. Quella che faceva riscaldamento e poi si infilava la felpa della tuta fino alla fine della partita. Se tutto andava bene. Pronta ad essere chiamata per entrare in battuta, all’ultimo momento, con due sbracciate al volo per scaldare la spalla. E poi via la felpa, sui tre metri per il cambio, fischio dell’arbitro e battuta in mezzo alla rete. Se non addirittura sotto. Con lo spauracchio di dover portare le paaaaste il lunedì successivo. E tutti quelli che hanno giocato sanno benissimo a cosa mi riferisco. Paaaaasteeee.

Storia antica. Purtroppo. Ora lo spauracchio non è più rappresentato da una battuta sotto la rete. Che poi, fortunatamente di panca ne ho fatta davvero poca. Anche se, c’è da dirlo, ho finito la mia “carriera” proprio in panca, anzi, secondo libero in panchina. Deprimente.

Adesso la mia parallela carriera di madre mi ha imposto  di trovare una tata da mettere in panchina. Non vi illudete, amiche mamme, Ju Ju rimane saldamente al suo posto titolare. Solo che Ju Ju per il week-end va prenotata con qualche settimana di anticipo. Così è nata l’esigenza di una tata di riserva per il sabato sera/domenica pomeriggio quando tutto il mondo organizza qualcosa e ci invita e noi diciamo sempre no.

Sul web c’è una geniale piattaforma per genitori e baby sitter che ti permette, con iscrizione gratuita, di trovare persone disponibili nella tua zona, sia full time che per poche ore. Appena inserisco user, password e il mio annuncio iniziano a fioccare richieste. Leggo, valuto, prendo in considerazione e inizio a contattare ragazze che corrispondono alle mie esigenze. L’identikit ideale è una giovane studentessa, ventenne o poco più, che abbia tempo libero nel fine settimana e voglia di guadagnare qualche soldino. Lo abbiamo fatto tutte. O no?

Fisso i colloqui con un programma serratissimo: 18.30, 19 il primo giorno. 18, 18.30, 19, il secondo giorno. Arriva la prima, studentessa, 20 anni. Entra in casa e mi dà del tu. Lusinghiero, per carità. Ma a vent’anni non è accettabile dare del tu di default alla mamma della bimba a cui dovrai badare. Quale bimba? Tra l’altro. Costanza non viene degnata di uno sguardo. E vi risparmio il livello dei contenuti del colloquio. A parte la risposta “lhocambiatounavoltaamiocugino” alla domanda “saicambiareunpannolino”.

Arriva la seconda, anzi, non arriva. Alle 15.18 mi manda un sms chiedendo di poter arrivare 20 minuti in ritardo sull’orario stabilito. Accordato. Ma non arriva. 15 minuti dopo l’orario previsto ecco un altro sms:

Sono in macchina, sto arrivando…la mia vicina di casa si è sentita male nel pomeriggio e ho aspettato con lei che i figli arrivassero da Torino…ora il compagno di sua figlia mi sta accompagnando in auto, 5 minuti e sono da voi…mi dispiace tantissimo per il ritardo”

Naturalmente i 5 minuti sono 20. Cerco di liquidarla, ma mi dice di essere sotto casa. La faccio salire, abbiamo avuto tutti vent’anni. Entra in casa, tutta trafelata, naturalmente mi dà del tu e non guarda neppure la bambina. Parla di sé a macchinetta senza prendere fiato, precisa che lei non è disponibile a Natale, Pasqua e feste comandate e se ne va. Anche Ju Ju è perplessa. Ma non dice nulla. Mentre Connie continua a ripetere in loop il nome delle due aspiranti tate. Siamo a cavallo.

Il giorno dopo è quello decisivo. Tre appuntamenti. Sono fiduciosa. La ragazza delle 18 non si presenta. Venti minuti dopo la chiamo, non risponde. Mi risponde con un sms qualche minuto più tardi:

“Buonasera signora Alessandra mi scuso immensamente ma avevo segnato nella mia agenda il prossimo mercoledì e in più mi è impossibile raggiungerla ora perché sono ammalata. Mi scusi ancora, so che per un colloquio è ingiustificabile sbagliare giorno. Se vorrà ancora incontrarmi, considerata la febbre, sarebbe meglio la prossima settimana, scusi ancora.”

Sono allibita. Almeno questa mi ha chiamata signora Alessandra. Ma sono allibita.

La ragazza delle 18.30 già parte male perché un’ora prima, sempre tramite sms, mi aveva chiesto di poter portare un’amica. Allucinante. Qualche minuto prima dell’orario stabilito mi arriva, naturalmente, un altro sms:

“Salve, io sono in piazza della repubblica, sto cercando civico 8”

Mi parte una risata isterica. Ju Ju e Connie mi guardano, preoccupate. La signorina ha sbagliato piazza. Prendo il telefono e chiamo dicendole di lasciar perdere. Insiste. Ma le spiego gentilmente che alle 19 ho un altro colloquio.

L’aspettativa sulla ragazza delle 19 è altissima. Arriva, puntualissima. Entra, mi dà del lei, si toglie le scarpe e fa due moine alla bambina. Ci siamo. Però ha trent’anni. E un po’ di mestiere. Mi mette addirittura il CV sul tavolo prima di accomodarsi. Ha fatto il liceo classico ed è laureata in comunicazione ma non trova lavoro nel suo campo e quindi cerca come baby sitter. Mi fa tenerezza e vorrei fortemente credere di averla trovata. Ma so che non è lei, la tata in panchina, e anche mio marito, presente al colloquio la boccia prima di emettere la sentenza con la sua voce fuori campo: “cerca una ragazza straniera che abbia davvero bisogno di lavorare”.

E’ illuminante. Stupida io a non pensarci prima. Scandaglio il sito alla ricerca di ragazze di colore. Sono le mie preferite. L’occhio mi cade subito su di lei, Candide, nerissima e con un sorriso dolcissimo. La convoco per il giorno dopo e lei viene subito. E’ amore a prima vista. Tutta un’altra cosa.

Ora, il tema è questo. Ricordando i miei vent’anni tra pallavolo, università, lavori di ogni tipo, dalla commessa al mercato alla barista, dalla gavetta come giornalista alla gestione di un negozio di maglie da calcio d’epoca, che problema hanno le giovani studentesse italiane del 2016? E’ un fatto generazionale o un fatto educativo?

Perdonate lo sfogo, affezionati lettori, vi prometto di scrivere più spesso e con la solita sollevante ironia.



giovedì 3 settembre 2015

DDU



Giorno 4, sera, uno yogurt magro e un frutto.

Ebbene sì. Sono a dieta. Dopo due mesi di vacanza a sfondarmi di vermentino e birra mi sentivo effettivamente un po’ gonfia. E’ bastata una foto al parco a darmi il colpo di grazia: un picnic con le bambine, uno scatto dal cellulare di mia sorella ed eccomi lì, obesa.
E non mi sono neppure arrampicata sugli specchi pensando fosse la foto, la posizione, l’inquadratura, blablabla. Quella panza alcolica lì si vedeva proprio bene, nessuna scusa.
E poi, l’abbronzatura che se ne va, i capelli che cadono, l’apatia settembrina, l’autunno imminente, le mie cose, la bambina con la tosse e sto cavolo. Insomma, un disastro. Vado a recuperare una vecchia bilancia imboscata non so dove con gatti di polvere alti come grattacieli. Per intenderci. Neppure in gravidanza mi pesavo. Lo faceva la ginecologa, sulla sua bilancia, ogni mese. Con buona pace mia e sua: solo 7 chili in tutto. Ma io lo so il perché. La verità è che per nove mesi ho smesso di alcolizzarmi e quindi mi sono sgonfiata. I 7 chili non erano proprio reali. E poi ho vomitato per due mesi. Ecco.

In più, subito dopo aver partorito, di chili ne ho persi addirittura 9, neanche 7. Lo stress, l’allattamento, la partenza in salita, l’affaticamento, il poco sonno. Tre mesi dopo il parto ero davvero magrissima.

Dicevo, dopo aver spolverato al bilancia ci sono salita e il peso non mi sembrava poi così allucinante. In fondo ho nuotato tanto, ho fatto un sacco di camminate, sono corsa dietro a Con Con deambulante. Poi tata Ju Ju mi comunica, con mio grande orrore, che quella bilancia pesa almeno 3 kg di meno. Ok, no panic. Recupero un’altra bilancia da sotto il letto. Ancora più gatti. E’ senza pila. Ne trovo una, la inserisco, salgo sulla bilancia trattenendo il fiato. Oh Oh. Neanche fossi al nono mese. Oh Oh.

Basta scuse, devo mettermi a dieta. Grazie al cavolo, non ho più 20 anni che tanto qualsiasi cosa mangi o bevi sei lo stesso gnocca. Ne ho il doppio. E non gioco più a pallavolo, non mi alleno più tutti i giorni. Ehm, non mi alleno proprio. E’ solo che non sono pratica di diete e che l’unica che ho fatto me l’aveva data mia mamma, il genio, quando per l’immobilità forzata, causa intervento ai legamenti del ginocchio, mi ero un po’ appesantita.

E’ la DDU, in maggioneseDieta Delle Uova, meglio conosciuta come Dieta Plank che però sembra non sia il nome del medico che l’ha inventata. In sostanza è un regime iperproteico molto rigido dove, se non lo sei già, diventi una gallina per la quantità di uova sode ingerite. Promette di far perdere 9 kg in due settimane. Quando l’avevo fatta ne avevo persi 7. Sono motivata. E poi ho tenuto duro di brutto per insegnare a mia figlia Costanza, ariete ascendente leone con luna in leone, a dormire da sola. Dopo settimane di pianti strazianti adesso è un soldatino. Quindi ce la posso fare.

Sono al quarto giorno, me ne mancano altri 10. L’intervallo tra pranzo e cena senza merenda mi fa venire i crampi allo stomaco. E stasera ho solo uno yogurt con un frutto. Porchimmondo. Mia sorella mi ha attaccato la sinusite, sono tutta intasata e ho un mal di testa fotonico. Ma mi sento più sgonfia, la pancia alcolica è già rientrata e l’immagine di quella foto del picnic al parco continua a tormentarmi. Sembro mia zia. E poi stamattina sono salita sulla bilancia. Ho rimosso il peso iniziale ma è cambiato il primo numero quindi tutto ok. Si va avanti. Dopo tutto mia figlia si chiama Costanza mica per caso.

DDU aiutami tu. Vado a vedere Beautiful. Sally Spectra è morta da tempo ma magari vedere Brooke Logan tutta botulinizzata e, soprattutto, single, mi fa sentire gnocca.

martedì 10 febbraio 2015

Rottermeier si diventa. Evviva Tracy Hogg. Dall’alto dei cieli.



Si si. La promessa è ancora valida. Non è un blog di mamme. Giuringiuretta. Però due parole sul “metodo” le devo proprio dire. Per aiutare tutte le mie amiche neomamme e future mamme che se la sentiranno. Di diventare Rottermeier. Perché Rottermeier si diventa.

Che poi sulla signorina Rottermeier si è già detto abbastanza. Qui c’è un’altra signorina in questione. La signorina Tracy Hogg. Pace all’anima sua e all’eredità che ci ha lasciato. Grazie di essere esistita. Dilungarmi sul suo metodo, E.A.S.Y, significherebbe trasformare il mio blog in un blog di mamme. Quello che invece voglio raccontare è come sono arrivata ad amare profondamente Tracy Hogg.

Con Con ha una tata capoverdiana, Ju Ju. Che più che una tata sembra una modella perché è davvero bellissima. Che più che un colloquio ha fatto un casting - con mio marito - prima di diventare la tata ufficiale di Con Con. Che più che la tata ufficiale di Con Con sembra sua sorella maggiore, ergo, mia figlia adottiva. Ju Ju vive con noi da quando Con Con ha 10 giorni. Le ragazze capoverdiane sono dolcissime, pazienti, educate e discrete. Tengono i bambini in braccio tutto il giorno, li addormentano dondolandoli in braccio, li fanno dormire nel lettone e li allattano ogni 5 minuti. Il mio cuore di Rottermeier,nata Rottermeier manca un colpo. E non perché la tata è gnocca.

La mia ben nota ostinazione, i primi mesi della vita di Con Con, era finita chissà dove insieme al suo cordone ombelicale. Seppellita dagli ormoni, dal poco sonno, dall’incapacità di capire il pianto continuo e da una drammatica e concomitante situazione famigliare non sono stata in grado di applicare le regole rigide che mi ero imposta quando Con Con se ne stava tranquilla a sguazzare nella mia pancia. Ju Ju mi ha salvata. Però la faceva addormentare in braccio, guardando Onda latina sul satellite e dondolandola anche per 90 minuti fino a che non crollava. Ecco. Ju Ju ha 24 anni, un fidanzato e degli amici. Il sabato e la domenica è libera. E io mi trovavo il sabato sera a dondolare Con Con in braccio dai 50 ai 90 minuti cantandole We Are One (Ola Ola) di Pittbull, Jlo e Claudia Leitte. Peccato che la signorina abbia avuta una curva di crescita fuori da qualsiasi tabella e che in pochissimo tempo sia arrivata a pesare come un bovino adulto.

Un sabato sera, il bovino adulto non ne voleva sapere proprio di dormire. Avrà avuto circa tre mesi. Mi sono vista da fuori, la regina delle discoteche milanesi, quella che chiamavano free drink perché entrava gratis dappertutto e aveva da bere gratis per sé e per tutte le sue amiche, quella che si metteva le calze a rete sotto la tuta e poi si cambiava al McDonald’s, quella che faceva chiusura dei locali ogni diavolo di notte. Invece ero lì, con una poppante indiavolata in braccio, in camera della tata davanti a Onda Latina. Con il gomito del tennista, il tunnel carpale, e il capolungo del bicipite a pezzi. In quel preciso momento mi è apparsa Tracy Hogg. Una visione angelica dall’alto dei cieli. E mi ha indicato la via.

Dal giorno dopo sono partita con il pick up/put down, un metodo che richiede pazienza, nervi saldi, voce calma e, naturalmente, ostinazione. Dopo qualche giorno il bovino adulto si addormentava allegramente da sola nel suo lettino e nella sua cameretta. E ci dormiva per tutta la notte.

Poi c’è stato il patatrac della bronchiolite. Urla notturne nel silenzio atavico. Contorcimenti. Il corpicino che neanche una stufa di montagna. E Tracy Hogg a puttane. Poi, appena è stata meglio, la mia ostinazione ha preso il sopravvento sulla stanchezza, due prosecchini e via, riapplicare il metodo. Con delle modifiche dovute all’età quindi senza più piccarla up ma solo puttandola down. Dopo giorni e giorni da suicidio inizia a funzionare.  Alla facciazza di tutti i detrattori. Evviva Tracy. Dall’alto dei cieli.

lunedì 9 febbraio 2015

Il venerdì sera



Si lo so. Avevo promesso che non avrei trasformato il blog in un banale diario di mamma. Di quelli che ce ne sono già troppi. Di quelli pieni zeppi di sensazioniemozionilacrimegioiaconsiglinonrichiesti. Non che abbia qualcosa contro i blog delle mamme. Qualcuno è anche brillante. Ma non è per me. Detto ciò, avendo una figlia, con un nome altisonante e, diciamocelo, un tantino radical chic, raccontare fatti estemporanei, colti al volo e trasferiti sui tasti, non può prescindere dal fatto che ci sia lei. Costanza. Cioè, Costanza Alma Teresa.

Eh già. La poverina ha tre nomi. Suo padre è corso all’ufficio anagrafe della Mangiagalli prima che io potessi riprendermi dal meraviglioso rincoglionimento dell’epidurale e dall’adrenalina del parto. Costanza. Perché se lo è meritato. Alma. Perché era la sua bisnonna paterna da parte di nonna. Teresa. Perché era la sua bisnonna paterna da parte del nonno Ezio che ha avuto la possibilità di prendere in braccio la sua piccola nuova nipote per poi volare in cielo quasi subito dopo. Quanto ci manca.

In realtà volevo parlarvi di quella che è sempre stata fino ad oggi la mia serata preferita. Quella del venerdì. Credo di avere scritto anche un post su Facebook, recentemente. In un venerdì sera delirante di gennaio. Perché la signorina Costanza Alma Teresa Toniatti, detta Connie, Ciupiulus, Cius, Coccolina, Connozzo, Connone, Connina, Connielove, Amore dolce, Cocco, CAT, Con Con, ha deciso di ammalarsi esattamente dal 30 dicembre al 30 gennaio. Da esaurimento nervoso. Con puntatina alla clinica De Marchi il 5 gennaio per un focolaio da bronchiolite. E mi ha fatto pure saltare la gita a Londra, Con Con, l’amore dolce della mamma, con tutta la mia famiglia a carico della zia Sara perché zio Kitoff era fuori dalla cuglia. Detto alla maggionese. Porca Puttana. Con la P maiuscola. 

Il post era questo – Control C, Control V -: “Una volta, il venerdì sera, dopo l'allenamento pre partita, io e le mie migliori amiche ci mettevamo le calze a rete sotto la tuta, fingevamo di andare a casa a dormire e a concentrarci sulla gara, ci cambiavamo nel cesso del mc donald’s e andavamo in discoteca fino alla mattina. Ora le mie migliori amiche sono la tata e la pediatra. #‎odiolinverno #‎voglioandareaviverealmare #‎vaffanculoallabronchiolite #‎porcaputtana”.

A parte il porca puttana, con la p minuscola, con tanto di hastag, il venerdì sera, una volta, insieme alla mie amiche Barbara Merlini e Tamara Gorla fisse, con Alice Carrer, Valeria Vigoni e Mariachiara Brambilla detta zia, itineranti, dovevamo fare i numeri per poter sfangare i controlli rigidi di allenatore e presidente e goderci la nostra nottata milanese top. Perché – in teoria – eravamo delle atlete di serie B1, semi professioniste. Pagate persino. Poco, diciamo un simbolico rimborso spese, ma pur sempre pagate. E in quel di Novate si faceva sul serio. Il sabato era il giorno della partita. Allenamento di rifinitura il venerdì, light dinner e tutte a riposare. Ma tamaragorlabarbaramerliniioecceteraeccetera avevamo vent’anni o giù di lì. E il venerdì sera milanese era una sirena troppo allettante. Quindi dovevamo inventarci il piano B.

Il piano B non era particolarmente fantasioso. Dovevamo solo aggirare la Gestapo. Una polizia segreta che mandava in spogliatoio la figlia cinquenne del nostro capitano per farsi riferire cosa stessimo programmando per la serata. Probabilmente le prometteva dei ciuppa ciuppa. Sta venduta. Il nostro presidente conosceva le sue polle. Soprattutto Tamara Gorla, capo pollaio, nata e cresciuta tra la Getsapo novatese. Ma noi eravamo troppo furbe e motivate per farci fottere da una chimera di ciuppa ciuppa.  

Quando Chiaretta, la tenera bimbetta cui era stato promesso un anno di abbonamento ai ciuppa ciuppa, entrava in spogliatoio, fingevamo di parlottare di quanto fossimo stanche e provate, del misero panino che ci aspettava al Mc Donald’s di Cormano, e della voglia di andare immediatamente a riposare. In realtà, avevamo già infilato le calze a rete sotto la tuta e messo il tacco 12 e la gonna inguinale in una busta di plastica. E al Mc Donald’s ci andavamo per davvero. Quando ancora lo stomaco ventenne teneva botta ed  era in grado di digerire senza impegno quel mix diabolico di Junk Food. E nello spazioso bagno del Mc Donald’s di Cormano - quello sulla Milano-Meda, per intenderci -  avveniva la trasformazione. E poi via, direzione Corso Como sul Vitara. Di Tamara Gorla. La tigre. La tigre del Vitara.

Mi manca il venerdì sera? Si, mi manca. Sono leopardiana e ferocemente aggrappata all’illusione giovanile. Mi manca tutto, anche il Big Mac con la cipolla e il cetriolo. Anche se adesso il mio stomaco quasi quarantenne non è più in grado di digerirlo. E nemmeno il mio culo. Di quasi quarantenne. Mi manca ma non farei cambio. Perché Costanza Alma Teresa Toniatti è in buona compagnia. C’è Ryan Gorla Zaccone, quasi 7 anni. C’è Lola Rafales Merlini, quasi 6. E c’è lei. E se lei non ci fosse io starei naufragando in questo mare. Un naufragar che non m’è poi così dolce.

E mi sovvien l'eterno,
E le morte stagioni, e la presente
E viva, e il suon di lei.

#‎porcaputtana




venerdì 6 febbraio 2015

La signorina Rottermeier



Ieri mi hanno dato della signorina Rottermeier. In effetti non è la prima volta. Ah già, sono tornata. Quei miei quattro affezionati lettori che da un anno e mezzo mi stanno reclamando avranno di che leggere. Che poi sono mia sorella, una mia amica, mia zia e una amica di una mia amica. Mica critici da premio Pulitzer. Anche se la mia amica e l’amica della mia amica ne sanno. Di scrittura.

Vabbè. Avevo iniziato, nel lontano autunno del 2013, con il filone Dante. Quello lì che nel mezzo del cammin della sua vita si era ritrovato in una selva oscura. Dopo aver svelato citazioni fake, cavalli di Troia e Galeotti ho avuto un arresto. Non cardiaco. Gravidico. La pregnanza mi aveva preso male e mi aveva prosciugato la vena creativa. Ero tutta presa a fare conti sul diametro biparietale e la circonferenza cranica. Ah no anche il femore e il cervelletto. E se ci ripenso vomito.

Mia figlia è uscita nuda e perfetta. Certo si, un po’ testona. Ma è ariete ascendente leone con luna in leone con una mamma e un papà che proprio degli angioletti non sono. Anche se in realtà intendevo testona perché ha il diametro da tempia a tempia al 90esimo percentile.

Naturalmente, il mio ritorno alla scrittura, non significa un passaggio repentino da Dante alla poppante. Da un blog di letteratura a un blog sulla vita dura. Che poi ci ho buttato dentro la rima baciata AABB senza accorgermene. Dante Poppante Letteratura Dura. Anni di metrica mica per ridere.

Ma torniamo alla nostra Rottermeier. Io non me la ricordo tantissimo in verità. Heidi lo guardavo da piccola. Era l’istitutrice e la governante che si occupava dell’educazione di Clara. Mi sembra. Ed era una tipa super rigida con la faccia sempre incazzata. La signorina Rottermeier nel tempo è diventata un’icona. E oggi si usa definire Rottermeier qualcuno che usa regole rigide nell’educazione dei figli, che cerca di applicare le buone maniere, che ha un aspetto altero e severo e che è acida come un limone immaturo. Embè?

Bene. Ieri sera mi sono beccata della Rottermeier. Solamente perché cerco di insegnare a mia figlia di 10 mesi ad addormentarsi da sola. Perché la faccio piangere. Perché non voglio che giochi o si distragga quando sta mangiando. Perché vieto assolutamente che guardi la televisione. Perché le faccio mangiare solo cose biologiche e fatte da me. E, comunque, l’ostinazione paga.

E’ stata la mia bistrattata amica Brigida - a cui chiedo pubblicamente scusa se a volte ho trattato anche lei da Rottermeier - a dirmelo. Della Rottermeier. Un po’ lo sospettava ma non pensava che io fossi veramente la Rottermeier. Che poi, detto tra me e i miei 4 affezionati lettori, sono andata a cercarmela su youtube ed è identica a me. Cipollotto in testa, occhialini, collo alto e faccia incazzata. Mi arrendo. Sono la Rottermeier. Embè?